Giobbe e il coronavirus

“E il ragazzo sfrenato colse

La rosellina di brughiera.

La rosellina si difese e punse,

Ma furono vani pianti e lamenti,

Dovette proprio sopportarlo.”

Si conclude così la storia narrataci da Goethe in “Rosellina della landa”: un ragazzo innamorato vuole far un dono d’amore alla sua amata, si avventa sul povero fiore e questo, dopo una disperata resistenza, non può che soccombere. La rosa minaccia di pungere il ragazzo, ma questa minaccia è inefficace. Come potrebbero delle semplici spine salvarla? 

Goethe ci mostra tutta la violenza che l’uomo attua sulla natura: un semplice capriccio d’amore vale di più di una vita. Una vita? Si può considerare quella di una rosa una vita? A livello biologico sicuramente: la rosa, come noi, è un essere vivente. Ma la perplessità, sappiamo tutti, è un’altra: ha dignità la vita di una rosa? Comunemente tutti risponderemmo no. O meglio, forse una rosa avrà pure una dignità, ma sicuramente inferiore a quella umana. Dobbiamo leggere l’avvenimento in proporzione: cogliere una rosa non è un rosicidio, nonostante comporti la morte della rosa stessa. Se io sparo ad un uomo commetto un omicidio e questo termine non è solo una descrizione di un fatto, ma anche una caratterizzazione di valore: il mio è un gesto negativo. Uccidere è sbagliato. Uccidere, almeno nella maggior parte delle circostanze (sicuramente per futili motivi) è sbagliato non solo perché ci fa pena la sofferenza dei familiari e degli amici del morto, ma anche di principio. Per uccidere legalmente necessitiamo di una legittimazione, scritta, chiara, su cui tutti almeno formalmente concordano: si uccide con la pena di morte o in guerra, ma non a caso. 

Tutto ciò per la nostra rosellina non vale perché essa non è un essere umano. Ci sentiamo superiori al resto del mondo: tutto è a misura d’uomo e quando non lo è ne è comunque a disposizione. Pico della Mirandola nella “Oratio De Hominis Dignitate” sostiene che l’uomo è l’essere libero, il quale può perfezionarsi ed elevarsi a Dio, istituendo società giuste e facendo trionfare la pace, ma può allo stesso tempo degradarsi al livello delle bestie. A questo scopo deve sfruttare la Terra e può farlo, Dio gliel’ha concesso: le responsabilità morali di quello che farà saranno sì misurate su quanto bene e male egli ha compiuto, ma in relazione agli uomini e a Dio, non alla natura. Lo stesso Immanuel Kant, il principale esponente dell’illuminismo tedesco, colui che ha fornito la più influente giustificazione teorica al riconoscimento dei valori dei diritti umani (sì, quando leggiamo la “Dichiarazione universale dei diritti umani” dell’ONU e siamo d’accordo, senza saperlo siamo d’accordo con Kant), diceva che l’essere umano ha una dignità, la natura e gli animali no.

Forse non conosciamo Kant e Pico della Mirandola, ma siamo d’accordo con loro. Perché? Perché noi con la tecnologia facciamo violenza alla natura per i nostri scopi. Possiamo anche farlo a fin di bene: intendiamoci, non voglio affermare che tutta la violenza compiuta sulla natura è a scopo di mero profitto ed egoismo. Basta pensare alle medicine, ai trasporti, perfino all’editoria: quanta violenza per stampare un libro? Quanti alberi devono morire perché possano essere stampati i libri su cui studiamo! Ma non possiamo certo tornare a essere dei bruti, degli uomini primitivi che vivono nella pace totale con l’ecosistema. Questo non è realizzabile, ma non ha neppure senso, perché l’uomo modifica l’ambiente in cui vive da sempre. Del paleolitico abbiamo le pitture rupestri, cioè una modificazione dell’ambiente, seppur la più esigua, da parte di una specie umana agli albori della civiltà. Anzi, più vi è civiltà più vi è modificazione della natura: questa è la dignità dell’uomo, secondo Pico.

Il problema è però il nostro atteggiamento nei confronti della natura. Già, perché abbiamo continuato a modificare l’ambiente per millenni, abbiamo visto che ci riusciva bene (grazie tante, è ciò che ci caratterizza!) e ci siamo convinti di essere per questo superiori al resto. Soltanto al giorno d’oggi ci siamo accorti dei problemi del nostro comportamento e iniziamo ad aver cura dell’ambiente. Ma perché siamo ambientalisti? Perché non possiamo non esserlo, altrimenti ci estingueremo. E’ sempre l’umanità che conta. Ma è sempre stato così?

“C’era nella terra di Uz un uomo chiamato Giobbe: uomo integro e retto, temeva Dio ed era alieno al male”.

 Così inizia il libro di Giobbe, uno dei più famosi della bibbia ebraica. Ci viene qui raccontata la storia di questo Giobbe: uomo pio e giusto, tributa a Dio tutti gli onori dovuti, osserva pedissequamente la legge. La sorte gli è quindi propizia e lo ricompensa con sterminate ricchezze, rispetto da parte degli altri ebrei, sette figli e tre figlie. La vita di Giobbe procede felice e in amore con Dio, finché Satana non va da Dio e lo convince a mettere alla prova il suo devoto. Giobbe perde tutti i suoi averi e i suoi figli. Ma nonostante ciò continua a pregare Dio, non bestemmia. Giobbe è ottimista. Satana allora lo colpisce nella carne: la sua pelle si ammala e marcisce, il suo corpo si consuma ed egli inizia a vivere nel fango con le bestie. Tre suoi amici di lunga data lo visitano, per sincerarsi della sua condizione. Vista la situazione, decidono di rincuorarlo. Dio è buono e giusto e quindi tutto ciò che accade all’uomo avviene per un motivo, perché l’uomo ha stretto un’alleanza con Dio, è la sua creatura prediletta; ciò che è successo è a fin di bene. Ma Giobbe non ci sta e inizia a imprecare contro il Signore, perché egli non ha fatto niente, non si è macchiato di nessuna colpa, non è giusto quello che gli è accaduto. I tre amici e un quarto personaggio continuano a consolarlo, con tutte le ragioni teologiche possibili, invano. La risposta del malato è sempre la stessa: 

“Sappiate dunque che Dio mi ha piegato e mi ha avviluppato nella sua rete. Ecco, grido contro la violenza, ma non ho risposta, chiedo aiuto, ma non c’è giustizia!”.

Quindi interviene Dio stesso ed espone al poveretto le sue ragioni. O meglio, afferma che non ha bisogno di giustificarsi. Con che coraggio Giobbe chiede ragioni a Dio! Con che diritto poi? 

“Hai tu un braccio come quello di Dio e puoi tuonare con voce pari alla sua?”

L’onnipotente, colui che può tutto, colui dal quale la stessa vita dell’uomo dipende, che viene chiamato a rendere ragioni per ciò che capita all’uomo: un’assurdità. Giobbe è stato fortunato nella vita, ha fatto ciò che ha voluto e tutto gli è riuscito per il meglio e così si è convinto di avere un potere superiore alle altre creature, addirittura si è sentito in diritto di interpellare Dio. Ma la sorte dà e allo stesso tempo toglie, l’uomo vede crollare il suo regno, i suoi progetti, i suoi sogni ed è giusto così. Giobbe capisce e si zittisce. Allora Dio comanda ai suoi tre amici di fare sacrifici per purificarsi perché hanno detto parole balsfeme (hanno cercato di giustificarlo!) e ritorna a Giobbe tutto ciò che gli ha tolto. La sorte dà, la sorte toglie: noi umani possiamo sforzarci quanto vogliamo, migliorare la nostra condizione, ma non siamo onnipotenti, forse nemmeno tanto potenti. In ultima analisi non tutto dipende da noi nella vita, a volte a fronte di certi eventi non possiamo che subire.

La malattia consuma il povero Giobbe nella carne ed egli non può far altro che soffrire. Per quanto fosse preparato non poteva sfuggirle. Oggi siamo tutti a casa per colpa del coronavirus. Il nostro mondo, ciò che abbiamo costruito, che crediamo invincibile se non per mano di altri uomini, fermato da una malattia. Onestamente, una malattia nemmeno troppo terribile. C’è stato di peggio nella storia e noi l’abbiamo subito, siamo stati in balia degli eventi. E il fatto che adesso lo siamo molto meno che in passato non significa essere né invincibili né superiori al resto del cosmo. Siamo solo una parte di esso, piccola  e insignificante e una banale visita a un osservatorio astronomico ce lo dimostra facilmente. In poche parole: il mondo non è a misura d’uomo.

 Leggere le nostre vicende da due mesi a questa parte con gli occhi di Giobbe ci può far tornare umili. O meglio, ci insegna a dare a tutto il giusto peso, anche a noi stessi. Aristotele, all’inizio dell’Etica nicomachea, si scusa perché le riflessioni nelle questioni morali saranno sommarie e approssimative, paragonate ai suoi studi in matematica, fisica e metafisica. Vi è un giudizio di valore in tale affermazione: cose più perfette avranno metodi di studio più perfetti, quindi le scienze che studiano il cosmo saranno inevitabilmente più precise delle scienze sociali. Noi uomini non siamo ciò che è più importante nel mondo, la natura non è la povera rosellina indifesa e noi non ne possiamo disporre a nostro capriccio. Giobbe e il coronavirus ce lo insegnano.

Giovanni Marcone

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