L’immigrazione è uno dei temi più trattati dalle politiche dei governi contemporanei, questo perchè al giorno d’oggi si va sempre più rafforzando l’identità nazionale.
Considerare l’altro come una minaccia alla propria personalità, alla propria essenza, così come a quella della nazione in cui si vive, è un fenomeno molto comune nella politica attuale. Chiaramente il motivo è che il consenso è ottenuto favorendo le persone da cui lo si vuole ricevere, ed essendo queste persone i cittadini di uno Stato -poichè gli stranieri non partecipano alle elezioni-, si tende a proporre programmi apparentemente vantaggiosi per loro. Facendo ciò, un cittadino potrebbe però interrogarsi sul motivo per cui i candidati politici precedenti, anch’essi proponenti programmi apparentemente vantaggiosi per la cittadinanza, non siano stati in grado di conseguire tali obbiettivi. La soluzione si trova allora nell’individuazione di un nemico comune, un nemico che sia in grado di danneggiare una nazione, ed è così che l’immigrazione si trasforma in un problema (i candidati politici precedenti non sono stati in grado di realizzare quanto avevano proposto poichè non avevano considerato tale problema, sarebbe questo il messaggio).
In realtà, come afferma l’ex Ministro italiano per l’integrazione Cécile Kyenge in un intervento del 18 dicembre 2013, si dovrebbe considerare e affrontare la migrazione come una risorsa (così è), di modo da 《rendere la circolazione delle persone una grande opportunità》.
In effetti, le migrazioni sono una risorsa, soprattutto per il loro valore economico e sociale.
Gli immigrati rappresentano più del 10% del totale degli occupati in Italia ed è loro riconosciuta internazionalmente una grande capacità di agency, ovvero la capacità di agire in modo attivo nel contesto in cui si è inseriti, la capacità che, dunque, è in grado di apportare cambiamenti all’interno della società.
Essi, oltre a contribuire in grande misura -in quanto non sono esenti dal pagamento delle imposte- al funzionamento del sistema pensionistico, favoriscono l’ingresso delle imprese italiane all’interno dei mercati dei Paesi di origine e l’istituzione di partnership con imprese estere al fine di sopravvivere alla competizione internazionale.
Per quanto riguarda il valore sociale dell’immigrazione, è utile fare una digressione sulle cosiddette seconde generazioni, espressa da Irene Ponzo in “Reti che sostengono e legami che costringono: il caso dei Rumeni a Torino”. Esse, che possiamo identificare con i giovani di oggi -le prime migrazioni verso l’Italia risalgono agli anni ’70- tendono a fare riferimento ai connazionali arrivati precedentemente nel nostro Paese, sfavorendo di conseguenza le relazioni con la popolazione locale.
Ciò nonostante, queste generazioni, e quelle del futuro, saranno sempre più vicine ai coetanei italiani, e meno disposte ad accettare le condizioni svantaggiose, soprattutto per quanto riguarda il campo occupazionale -descritto dalle 5 P: Precario, Poco Pagato, Pesante, Pericoloso e Penalizzato-, alle quali sono costretti i loro genitori.
Possiamo concludere dicendo che l’immigrazione è un fenomeno strutturale e quindi non ha alcun senso considerarlo come un nemico da abbattere in maniera emergenziale per la durata di una campagna politica. 《A dispetto della propaganda di alcune parti politiche, infatti, l’immigrazione conviene. Perchè chi arriva qui produce. E paga le tasse.》 (M. Scacchioli, in La Repubblica del 14/09/2015).
Nadine Di Cio