L’uomo forte

“In momenti come questi ci vorrebbe un uomo forte al comando”. Quante volte nell’ultimo mese abbiamo sentito questa frase? Tante, forse troppe. Tutti invocano l’uomo forte nei momenti di difficoltà, perché possa risolvere i problemi del paese. L’uomo forte nell’immaginario collettivo è una specie di Superman, è chi non si fa scrupoli e tira dritto, è colui che ottiene ciò che vuole, piegando la sorte. L’uomo forte “Fa la sua vita”, si ripete spesso. E allora ecco una gara a diventare l’uomo forte: tutti contro tutti cerchiamo di prevalere e di poter finalmente fare ciò che vogliamo. “Sono talmente potente da fare ciò che voglio, da soddisfare ogni mio desiderio”. Ma che questa sia una visione del mondo alquanto ingenua, se non ce lo dimostra la vita, in cui ci si accorge subito di non essere nella bellissima pubblicità che ti avevano venduto, ce lo può far capire un semplice ragionamento.

“Chiamo schiavitù l’impotenza dell’uomo a moderare e reprimere le passioni; giacché l’uomo sottoposto alle passioni non è padrone di sé, ma in balia della sorte”.

Con queste parole il filosofo olandese Baruch Spinoza inizia la quarta parte della sua Etica, parte intitolata “La schiavitù umana, ossia le forze delle passioni”. Spinoza è un ebreo olandese, di famiglia sefardita, emigrata in Olanda dopo le persecuzioni antisemite compiute dal Regno del Portogallo. Educato nel solco della tradizione ebraica, se ne distacca presto, abbraccia le idee di Cartesio e della scienza moderna ed entra in collisione con la tradizione religiosa: per questo viene scomunicato e costretto all’esilio e vivrà tutta la sua vita in giro per l’Olanda, mantenendosi attraverso la professione di tornitore di lenti. 

Per Spinoza Dio e Natura sono la stessa cosa: la scienza moderna ci dice che il nostro mondo si può conoscere matematicamente, che ogni fenomeno fisico può essere compreso appieno, non ha bisogno di nessun tipo di spiegazione ultima che sia fuori da tutto l’ordine naturale; ma se quindi la Natura nel suo complesso si spiega da sé, allora essa è Dio, perché ha un ordine necessario. Noi siamo parte della Natura, siamo alcuni suoi aspetti: io sono un uomo particolare di tanti uomini al mondo, ho il mio ciclo vitale, sono nato e morirò. Da morto le particelle di cui sono composto continueranno a esistere e formeranno altro, perché io sono contingente, cioè potevo non essere ciò che sono, potevo non nascere. Ciò che non cambierà mai è l’ordine di tutto questo processo, vale a dire la Natura nel suo complesso. La Natura esiste ed esiterà sempre, perché anche se le sue parti cambieranno la sua infinita potenza continuerà in eterno. Spinoza trae le estreme conclusioni dal metodo scientifico: il libro della Natura, diceva Galileo, è scritto in caratteri matematici, quindi è così e non può essere diversamente. Noi possiamo imparare a leggerlo, ma esso sta davanti a noi nell’unico modo in cui potrebbe essere.

Ma a fronte di questa terribile, almeno per alcuni, verità, dobbiamo imparare come comportarci. Perché sì, l’uomo in questa grande macchina conta poco, ma ogni cosa deve essere valutata dal proprio punto di vista. Spinoza scrive un’etica, una spiegazione di come di fatto gli uomini si comportano, in accordo alle leggi della Natura, ma allo stesso tempo un’esortazione agli esseri umani a vivere bene, perché ne va della felicità di ognuno, la quale in rapporto a Dio è niente, ma in rapporto a me è tutto. 

“Ma io non voglio comportarmi bene, io voglio comportarmi come pare a me” potrebbe rispondere qualcuno. Quest’affermazione, dimostra Spinoza, non ha alcun senso: se noi siamo ingranaggi di una grande macchina, che in eterno si muove e nella quale miliardi di pezzi vengono sostituiti in continuazione per svolgere sempre lo stesso movimento predeterminato, noi non scegliamo niente. Tu quando scegli lo fai per un motivo e quindi non sei libero, ma quel motivo ti ha spinto ad agire. Spinoza in questo è radicale: le leggi che governano il mondo umano non sono per nulla diverse da quelle che governano le particelle elementari del cosmo. Come un corpo in un esperimento di Galilei, noi abbiamo un’inerzia a conservare la nostra energia, fuggiamo ciò che la fa diminuire e desideriamo ciò che la fa crescere. La pianta cresce verso la luce e affonda sempre di più le radici nella parte umida del terreno, noi facciamo lo stesso.

Ma noi siamo una pianta, un atomo, un sasso un po’ speciale: noi possiamo sapere tutto questo. E qui non vi è nulla di magico, ma semplicemente come la natura del ferro è tale che esso conduca elettricità la nostra natura è tale da avere capacità di pensiero. Noi possiamo conoscere ciò che ci spinge ad agire: possiamo conoscere le nostre passioni. Per Spinoza le passioni negative, come l’odio, la tristezza, la paura, il dolore, non sono altro che indebolimento del nostro essere per via di un agente esterno, mentre amore, letizia, benevolenza sono passioni positive, provocate da un accrescimento del nostro essere o da un ricordo o immaginazione di esso. Quando siamo passivi, ossia in balia di forze esterne, la nostra potenza diminuisce e invece quando siamo attivi la nostra potenza aumenta. 

Ma le passioni sono per definizione passive: noi le subiamo, non le produciamo. Non sapendo il perché delle cose noi abbiamo solo le passioni per conoscere il mondo: abbiamo idee confuse delle cose e siamo in balia degli eventi. Siamo schiavi delle passioni e questo non porta ad altro che a sentimenti negativi nel nostro animo. Noi siamo uomini deboli, non sappiamo spiegarci la terribile potenza della vita e ci adiriamo, ci odiamo l’uno con l’altro: convinti di essere noi la causa della nostra tristezza non facciamo altro che peggiorare la nostra situazione.

Dobbiamo liberarci da tutto questo: dobbiamo sapere il perché delle cose, dobbiamo utilizzare la ragione, per avere chiara a noi stessi la nostra situazione. Se non possiamo adirarci contro il mondo, per vivere bene è necessario che noi ne accettiamo la potenza: 

“In quanto noi conosciamo le cause della tristezza, questa cessa di essere una passione, cioè cessa di essere tristezza; e quindi, in quanto conosciamo che Dio [cioè l’ordine della natura] è causa della tristezza, noi ci allietiamo” (Etica, parte V, scolio alla proposizione 18).

 Possiamo unirci gli uni con gli altri, cercare di migliorare la nostra condizione, amare l’uomo e la Natura non per come dovrebbero essere, ma per come sono: “L’odio è accresciuto da odio reciproco e può, al contrario, essere distrutto dall’amore” (Etica, parte III, proposizione 43). Possiamo unirci per accrescere la nostra potenza, possiamo essere forti e ciò è possibile se innanzitutto esercitiamo la ragione e sapendo il perché delle cose smettiamo di contrastarci a vicenda. L’uomo libero è libero dalle passioni e per questo è forte. E l’uomo forte non odia nessuno. 

Giovanni Marcone

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