In filosofia della mente si è soliti usare l’espressione what it is like to, traducibile con “che effetto fa”, per descrivere le esperienze coscienti. A noi fa un certo effetto, infatti, ogni cosa che facciamo: a te che stai leggendo questo articolo, ad esempio, farà un certo effetto la luminosità del tuo telefono, computer o tablet, ti farà un certo effetto l’attrito del tuo dito sullo schermo, mentre scorri le righe, ti farà un certo effetto il rumore di sottofondo che stai sentendo, magari proveniente dalla strada fuori casa tua. Tutto questo ti fa un certo effetto perché tu sei conscio di queste esperienze: fossi un sasso, ad esempio, non proveresti nulla a essere vicino a uno schermo luminoso.
Ciò che ti fa un qualche effetto è quello di cui sei immediatamente certo: ti hanno dovuto spiegare, in un momento della tua vita, cos’è un telefono e quindi adesso sai di essere davanti a un telefono luminoso, se fossi un membro della più sperduta tribù dell’amazzonia probabilmente non sapresti di essere davanti a un telefono, non avresti idea di cosa possa significare il concetto di telefono; ma quel qualcosa di luminoso davanti agli occhi ti farebbe comunque un certo effetto e tu, pur non sapendo cosa esso sia, sapresti benissimo che stai provando qualcosa. L’esperienza che avresti la conosceresti benissimo, perché è ciò che è immediato alla tua coscienza. Questa riflessione fu quella che nel XVI secolo portò Cartesio a rivoluzionare la nostra concezione del rapporto mente-corpo e a distinguere due diversi tipi di cose: la mente o anima, che, essendo conoscibile per via immediata e indipendentemente da informazioni concettuali su come è fatto il mondo (perché l’esperienza che noi abbiamo di essa, cioè come essa ci appare, è proprio la sua natura), è immateriale; il corpo o in generale ogni oggetto fisico, di cui noi non abbiamo conoscenza diretta, che dobbiamo studiare attraverso la scienza, in terza persona, per lo studio del quale non contano le nostre esperienze, ma la vera natura di ciò che stiamo studiando.
Bisogna sottolineare l’importanza di questa nuova distinzione fra ciò che esiste, operata da Cartesio, rispetto alla concezione del mondo precedente, risalente ad Aristotele. Per il filosofo greco l’anima non era altro che la forma del corpo, ossia ciò che permetteva ad esso di svolgere la propria funzione: essa era innanzitutto principio di vita e quindi anima nutritiva, ma poi anche principio di sensazione (anima sensitiva) e di pensiero (anima razionale). Una pianta, se composta bene in tutte le sue parti (avente quindi una certa forma), era viva: aveva l’anima nutritiva. Un animale era sì vivo ma anche capace di sensazione, quindi aveva sia la parte di anima nutritiva sia la parte sensitiva: era una pianta che sente. Noi, rispetto a piante e animali, abbiamo anche la capacità di pensiero: siamo quindi animali razionali. Cartesio, di contro a questa visione armonica del mondo, che non evidenziando grandi distinzioni tra mente e corpo prescriveva una sola metodologia di studio per tutto, ossia il metodo di studio che andava bene in generale per tutte le cose fisiche, opera un taglio netto. Per il filosofo francese la mente è una cosa che va studiata con il proprio metodo, quello della psicologia, mentre tutto il resto è fisico e va studiato con i metodi della fisica moderna, che ai tempi lo stesso Cartesio contribuì a perfezionare.
Ma nel tempo si è iniziato a studiare la mente con i metodi delle discipline che studiano il mondo, chimica, biologia e fisica, e ciò ha portato a enormi progressi nella nostra comprensione di essa. E’ venuta quindi a cadere la tesi di Cartesio: la mente non è un qualcosa di completamente diverso, ma può invece essere compresa con i metodi della scienza naturale, quindi è parte della natura, non è immateriale. Questo è ormai il nostro senso comune: nessuno, a parte per motivi religiosi, pensa più di avere un’anima immateriale, ma tutti siamo convinti di avere un cervello con dei neuroni la cui attivazione ci provoca stati mentali. E’ evidente che lo studio del cervello ci permette di spiegare molte più cose rispetto alla semplice introspezione psicologica, quindi la mente è un qualcosa di fisico.
Forse a volte, tutti pervasi dal senso comune del nostro tempo, non riusciamo a confrontare e a soppesare evidenze diverse. Torniamo al ragionamento iniziale, quello che fece concludere a Cartesio di avere un’anima immateriale. Cartesio evidenziò come le nostre esperienze coscienti, ciò che ci fa un certo effetto, sono note a noi immediatamente, indipendentemente da ogni informazione fisica e non sono in ultimo conoscibili sulla base di informazioni su come è fatto il mondo. Utilizzando un esempio di Leibniz (filosofo tedesco vissuto circa un secolo dopo): immaginate di potervi rimpicciolire abbastanza per entrare nel cervello di una persona e visitarlo, come adesso visitate un palazzo; beh, nessuna acuta osservazione dei neuroni vi permetterà di spiegare perché quell’ammasso di cellule sia cosciente di pensare. Se pensare vuol dire funzionare in un certo modo, ovviamente potete conoscere perché il cervello funziona così, ma il problema è scoprire, con i metodi della scienza, perché tu provando dolore (che puoi provare perché ad esempio un corpo contundente ha colpito i recettori di dolore che hai nel braccio, i quali trasmettono impulsi elettrici al sistema nervoso centrale, che tramite impulsi elettrici e chimici trasmette un segnale ai muscoli, i quali tramite il rilascio di sostanze chimiche si contraggono e quindi fanno muovere il tuo corpo lontano dalla fonte di dolore…) sei cosciente di provarlo. Ma è senso comune che tramite la scienza possiamo conoscere anche la coscienza, quindi le proprietà fenomeniche delle nostre esperienze, cioè quelle che ci fanno un certo effetto, sono materiali.
Non tutti sono concordi con l’opinione dei tempi e nel 1982 il filosofo australiano Frank Jackson elaborò un nuovo esperimento mentale per sostenere una versione più debole della vecchia tesi di Cartesio: noi non abbiamo un’anima (cioè una mente) immateriale, ma alcune proprietà delle cose, quelle che ci sono note immediatamente, non dipendono dalle cose stesse, ma dalla nostra coscienza, quindi sono immateriali. Le proprietà fenomeniche, ossia delle cose per come ci appaiono, dipendono dalla nostra esperienza in modo diretto, quindi sono immateriali. Ora, se queste proprietà fossero fisiche, potrebbero emergere dalla composizione di componenti fisiche: la proprietà “essere veloce” di un’automobile, ad esempio, emerge da un insieme di parti non veloci, le quali disposte in un certo modo siamo in grado di spiegare perché costituiscano un qualcosa di veloce. Jackson vuole dimostrare che l’analogia tra automobile e coscienza è sbagliata. Il filosofo ci propone di immaginare Mary, una neuroscienziata onnisciente. Mary ha imparato tutto quello che c’è da sapere relativamente alla teoria della visione: sa tutta l’informazione fisica possibile per spiegare come e perché noi vediamo gli oggetti, conosce in tutti i minimi particolari anche i nostri processi cerebrali attivati dalla visione degli oggetti. Ma Mary ha appreso tutto in una stanza in bianco e nero, tramite un televisore in bianco e nero e su libri rigorosamente in bianco e nero e anche lei stessa, guardandosi, si vede in banco e nero. Mary ha imparato tutto quello che c’è da sapere riguardo la visione ma nella sua vita ha visto solo due colori. Ora, immaginiamo che la nostra scienziata esca dalla stanza e si imbatta in un pomodoro maturo: imparerà qualcosa di nuovo?
Se la risposta è sì vi annuncio che siete dei cartesiani moderati. Perché, è bene ricordarlo, Mary dentro la stanza sapeva tutto ciò che c’è da sapere sui colori, anche sul rosso. E se l’informazione fisica è tutto ciò che c’è, Mary sapeva già dentro la stanza che effetto fa vedere il rosso. Certo, ancora non l’aveva visto, ma sapeva che effetto avrebbe fatto: io non ho ancora fatto un bagno nella lava, ma so già cosa mi accadrebbe se lo facessi grazie all’informazione fisica che possiedo o potrei possedere sulla lava e il mio corpo (so che brucerei perché questo è un fenomeno fisico e infatti è conoscibile in modo completo tramite informazione fisica).
Ma, intuitivamente, tutti siamo propensi a rispondere affermativamente: com’è possibile che io sappia che effetto mi fa vedere il rosso tramite il linguaggio della fisica? Tramite equazioni e simboli matematici, in una prospettiva in terza persona, come faccio a conoscere un qualcosa che dipende proprio dal fatto di essere osservato da una qualche prospettiva? Beh, se Mary non impara nulla di nuovo, allora in fondo la natura della nostra esperienza non è l’effetto che ci fa. La natura del dolore non è l’effetto che ci fa, ma solo tutti i processi elettro-chimici che avvengono nel nostro corpo. In fondo quindi, se conosciamo bene la natura delle cose, nulla ci fa un qualche effetto. Ma questo si scontra con l’evidenza più forte che noi abbiamo: chi di noi è disposto a pensare che per sapere che effetto mi fa vedere il rosso basta che io studi le onde visive e la struttura del mio occhio e del mio cervello? Noi abbiamo una forte evidenza che le cose non stanno così. Pensandoci un attimo, ciò che tutti pensano, cioè che la mente sia solo e soltanto il cervello, contraddice proprio ciò di cui siamo certi dal principio. Qui non si tratta di rinunciare a un’ipotesi per abbracciarne un’altra che ci permette di spiegare meglio il mondo: abbandonare completamente Cartesio vuol dire negare che l’effetto che fa a noi una certa cosa dipenda da noi, che la mia esperienza dipenda da me e sia quindi mia e tutto questo non perché ciò possa essere spiegato meglio, ma perché non può essere spiegato dall’unico metodo che consideriamo scientifico, l’unico metodo di cui ci fidiamo. Perché un solo tipo di scienza possa spiegare tutto, noi, anche se inconsciamente, sacrifichiamo la coscienza, la prima cosa che sappiamo di conoscere.
Giovanni Marcone