Lo Zero Waste per principianti

La filosofia “Zero Waste” (letteralmente: rifiuti zero) consiste nell’adottare tecniche per produrre meno rifiuti, limitando così la quantità di spazzatura prodotta e riciclando ciò che è possibile. 

In media in Italia produciamo 1,5 kg di rifiuti al giorno, 500kg all’anno (fonte ISPRA).

Adottando uno stile di vita Zero Waste, l’obbiettivo è quello di ridurre il più il più possibile tutti i tipi di rifiuti (riciclabili e non), diminuendo così l’impatto ambientale attraverso piccole e semplici azioni accessibili a tutti.

Ma come iniziare tale percorso? È costoso? Difficile? 

Sono molte le domande che sorgono spontanee. 

Innanzitutto, prima di stilare un elenco, direi che l’elemento essenziale alla base del movimento Zero Sprechi è la consapevolezza: se non si è consapevoli delle proprie azioni e di come esse possano avere un impatto nei confronti dell’ambiente e di chi ci circonda, non è possibile comprendere l’interezza del progetto.

La consapevolezza presuppone responsabilità, definita come la “possibilità di prevedere le conseguenze del proprio comportamento e correggere lo stesso sulla base di tale previsione” (fonte Wikipedia).

Arrivare ad adottare uno stile di vita più sostenibile può risultare all’apparenza difficile: non dobbiamo focalizzare la nostra attenzione sullo Zero, non si tratta della teoria “tutto o niente”, ma di impegnarsi ogni giorno e fare del nostro meglio, ricordandosi che un piccolo gesto fatto da tante persone fa la differenza.

Bea Johnson, figura fondamentale del movimento contro gli sprechi e autrice del libro “Zero Waste Home”, ci suggerisce di mettere in pratica la regola delle 5R:

-Rifiutare: tutto ciò che non è necessario;

-Ridurre: il consumo di cose di cui abbiamo bisogno;

-Riutilizzare: un oggetto più volte possibili;

-Riciclare: beni che non possono essere rifiutati o ridotti;

-Ridurre in compost gli scarti organici. 

L’ Italia ha intrapreso la strategia delle 5R tramite il Decreto Legislativo 5 febbraio 1997, n.22, conosciuto come “Decreto Ronchi”, legge fondamentale nella gestione dei rifiuti del nostro paese.

Dopo aver analizzato i consigli di Bea e il “Decreto Ronchi”, vi propongo  10 alternative sostenibili:

  1. Evitare i prodotti usa e getta: rifiutare di acquistare e consumare la plastica monouso, nei bar, ai supermercati, nelle mense e in qualsiasi altro locale, ma fare dei piccoli investimenti in prodotti con una lunga durata e di buona qualità.
  2. Utilizzare borse in tessuto per i propri acquisti, tenendole sempre a portata di mano.
  3. Dotarsi di una borraccia: comoda e utile nel quotidiano e in viaggio, andrà a sostituire le bottiglie di plastica. La borraccia va semplicemente riempita con acqua potabile (quella del rubinetto per esempio) e, se nel tuo comune l’acqua non è potabile, esistono diverse alternative come la possibilità di acquistare bottiglie in vetro con vuoto a rendere, oppure l’installazione di un depuratore per acqua potabile da collegare al rubinetto.
  4. Comprare meno oggetti\vestiti: cambiare il modo di consumare potrebbe risultare un atto eccessivo, in realtà basterebbe ridurre la quantità di prodotti da acquistare.
  5. Utilizzare per struccarsi panni multiuso in microfibra al posto dei dischetti struccanti: la detersione del viso avverrà attraverso un panno bagnato e del detergente che andrà lavato dopo l’uso. Si tratta di un’ottima alternativa.
  6. Prediligere l’utilizzo di shampoo e balsamo solidi, facili da trovare in commercio, oppure servirsi di contenitori riutilizzabili con apposite ricariche.
  7. Acquistare beni primari sfusi: sono sempre di più i negozi che sostengono tale iniziativa, spesso definiti “Negozi Leggeri”, ove si acquista la sola quantità di cui si ha bisogno, tramite distributori di prodotti.
  8. Passare all’uso di spazzolini in bamboo, una valida alternativa alla plastica, da smaltire nell’organico.
  1. Utilizzare i mezzi di trasporto solo quando necessario, contribuendo non solo all’aumento del proprio benessere ma anche a quello della collettività .
  2. Fare la raccolta differenziata: una pratica gratuita, con numerosi vantaggi come il recupero di materie prime destinate al riciclaggio.

In conclusione, basta poco per cambiare le nostre abitudini, attuando così un processo di miglioramento verso l’ecosistema.

Un solo gesto può avere un grande impatto, perché non iniziamo subito?

Asoni Arianna 

Nuovi modelli economici e crescita sostenibile

La condivisione e la sostenibilità possono funzionare nel mondo attuale?

In una società dove al primo posto vi è la crescita economica, l’incremento di ricchezza, l’aumento sempre maggiore e sempre più veloce del capitale a nostra disposizione, è davvero possibile un’inversione di rotta?

Serge Latouche propone come soluzione al capitalismo sfrenato del nostro sistema economico il concetto di “decrescita felice”. L’economista parte dal presupposto che la vera felicità degli uomini non sia generata dal benessere economico, ma da una condizione di armonia e di pacifica convivenza con la natura e con la società. Il benessere economico non dovrebbe quindi consistere in un arrivismo spietato ad opera di singoli soggetti economici, ma in una condizione di vantaggio per l’intero sistema e per la natura, la quale rende possibile la nostra vita e di conseguenza la crescita economica della nostra società.

Latouche propone dei principi, alla base della teoria della decrescita felice, che hanno come obbiettivo la rivalutazione delle priorità in campo economico al fine di stabilire non solo cosa è necessario produrre ma anche cosa è possibile produrre tenendo conto delle capacità del nostro pianeta e dei lavoratori, cosa è possibile produrre evitando o comunque riducendo al minimo lo sfruttamento degli ecosistemi e delle classi lavoratrici, cosa è possibile produrre garantendo il benessere di tutti gli uomini e non soltanto delle classi detentrici del grande capitale.

Possiamo citare tra questi principi la rivalutazione delle priorità in campo economico e la riduzione non solo della produzione ma anche dei consumi, che vorrei approfondire maggiormente.

È ormai nota la critica all’eccessiva produzione del sistema capitalistico: questa critica ha ormai più di cento anni di storia alle spalle. Ciò su cui oggi ci si ferma poco a riflettere è invece il consumismo sfrenato delle classi medie. È ormai risaputo che la netta divisione marxista tra classe capitalistica e classe proletaria è andata disgregandosi col tempo e ha lasciato sempre più spazio alle cosiddette 《classi medie, che, ingannate dal sistema che le convince sempre più di essere al centro del consumo, si lanciano in un acquisto senza misure e senza fine reale, se non quello subdolo di soddisfare un’esigenza momentanea di possesso materiale che, come afferma il sociologo Zygmunt Bauman è 《liquida》, mutabile, e non ha altro destino se non quello di cambiare dopo pochi attimi di appagamento.

Ormai il consumo è diventato qualcosa di poco conto: non è nemmeno più necessario uscire di casa, basta un “click” e poche ore per ricevere a casa un qualsiasi prodotto, senza nemmeno rendersi davvero conto dell’azione appena effettuata, men che meno del processo produttivo e di sfruttamento lavorativo e ambientale attuato per soddisfare il proprio bisogno in cosi poco tempo.

È davvero possibile quindi applicare la teoria di Latouche in un sistema economico così avanzato e così, oserei dire, spietato? È impossibile convertire miliardi di menti e soprattutto le poche che gestiscono immense quantità di capitale a un nuovo e così differente sistema produttivo.

《Il progetto della decrescita è dunque un’utopia, cioè una fonte di speranza e un sogno》, afferma lo stesso Serge Latouche.

Dovremmo dunque gettare la spugna così? Non c’è alcuna possibilità per la sharing economy? Nessuno spiraglio per un’《economia della collaborazione, basata sui principi di solidarietà, cooperazione, non-profit, innovazione》 (Vincenzo Comito)? Dovremmo arrenderci a un capitalismo sfrenato e senza scrupoli?

Nonostante ai buoni propositi dell'”economia della condivisione” sia subentrata un’economia digitale del profitto, sancendo la fine fallimentare di questa forma di collaborazione in ambito economico, credo che ci sia ancora possibilità per questa forma ideologica di “economia inversa”. Come afferma Ernst Bloch: 《senza l’ipotesi che un altro mondo è possibile non c’è politica, c’è solo la gestione amministrativa degli uomini e delle cose》.

In conclusione, non ci sarebbe attivismo politico senza speranza di cambiamento, senza utopia. Sono assolutamente favorevole a ogni progetto di condivisione e di sostenibilità, ma è necessario che vi sia più informazione a riguardo, soprattutto tra i giovani, è necessario che si parta da piccole collaborazioni locali prima di tentare un cambiamento globale, è necessario che si discuta, che ci si confronti, che fin dall’età scolare ci si renda partecipi della condivisione, lottando per convincere sempre più persone dell’importanza di tale scelta e della sua essenza morale, più che economica.

Nadine Di Cio

Che effetto fa?

In filosofia della mente si è soliti usare l’espressione what it is like to, traducibile con “che effetto fa”, per descrivere le esperienze coscienti. A noi fa un certo effetto, infatti, ogni cosa che facciamo: a te che stai leggendo questo articolo, ad esempio, farà un certo effetto la luminosità del tuo telefono, computer o tablet, ti farà un certo effetto l’attrito del tuo dito sullo schermo, mentre scorri le righe, ti farà un certo effetto il rumore di sottofondo che stai sentendo, magari proveniente dalla strada fuori casa tua. Tutto questo ti fa un certo effetto perché tu sei conscio di queste esperienze: fossi un sasso, ad esempio, non proveresti nulla a essere vicino a uno schermo luminoso.

Ciò che ti fa un qualche effetto è quello di cui sei immediatamente certo: ti hanno dovuto spiegare, in un momento della tua vita, cos’è un telefono e quindi adesso sai di essere davanti a un telefono luminoso, se fossi un membro della più sperduta tribù dell’amazzonia probabilmente non sapresti di essere davanti a un telefono, non avresti idea di cosa possa significare il concetto di telefono; ma quel qualcosa di luminoso davanti agli occhi ti farebbe comunque un certo effetto e tu, pur non sapendo cosa esso sia, sapresti benissimo che stai provando qualcosa. L’esperienza che avresti la conosceresti benissimo, perché è ciò che è immediato alla tua coscienza. Questa riflessione fu quella che nel XVI secolo portò Cartesio a rivoluzionare la nostra concezione del rapporto mente-corpo e a distinguere due diversi tipi di cose: la mente o anima, che, essendo conoscibile per via immediata e indipendentemente da informazioni concettuali su come è fatto il mondo (perché l’esperienza che noi abbiamo di essa, cioè come essa ci appare, è proprio la sua natura), è immateriale; il corpo o in generale ogni oggetto fisico, di cui noi non abbiamo conoscenza diretta, che dobbiamo studiare attraverso la scienza, in terza persona, per lo studio del quale non contano le nostre esperienze, ma la vera natura di ciò che stiamo studiando.

Bisogna sottolineare l’importanza di questa nuova distinzione fra ciò che esiste, operata da Cartesio, rispetto alla concezione del mondo precedente, risalente ad Aristotele. Per il filosofo greco l’anima non era altro che la forma del corpo, ossia ciò che permetteva ad esso di svolgere la propria funzione: essa era innanzitutto principio di vita e quindi anima nutritiva, ma poi anche principio di sensazione (anima sensitiva) e di pensiero (anima razionale). Una pianta, se composta bene in tutte le sue parti (avente quindi una certa forma), era viva: aveva l’anima nutritiva. Un animale era sì vivo ma anche capace di sensazione, quindi aveva sia la parte di anima nutritiva sia la parte sensitiva: era una pianta che sente. Noi, rispetto a piante e animali, abbiamo anche la capacità di pensiero: siamo quindi animali razionali. Cartesio, di contro a questa visione armonica del mondo, che non evidenziando grandi distinzioni tra mente e corpo prescriveva una sola metodologia di studio per tutto, ossia il metodo di studio che andava bene in generale per tutte le cose fisiche, opera un taglio netto. Per il filosofo francese la mente è una cosa che va studiata con il proprio metodo, quello della psicologia, mentre tutto il resto è fisico e va studiato con i metodi della fisica moderna, che ai tempi lo stesso Cartesio contribuì a perfezionare. 

Ma nel tempo si è iniziato a studiare la mente con i metodi delle discipline che studiano il mondo, chimica, biologia e fisica, e ciò ha portato a enormi progressi nella nostra comprensione di essa. E’ venuta quindi a cadere la tesi di Cartesio: la mente non è un qualcosa di completamente diverso, ma può invece essere compresa con i metodi della scienza naturale, quindi è parte della natura, non è immateriale. Questo è ormai il nostro senso comune: nessuno, a parte per motivi religiosi, pensa più di avere un’anima immateriale, ma tutti siamo convinti di avere un cervello con dei neuroni la cui attivazione ci provoca stati mentali. E’ evidente che lo studio del cervello ci permette di spiegare molte più cose rispetto alla semplice introspezione psicologica, quindi la mente è un qualcosa di fisico.

Forse a volte, tutti pervasi dal senso comune del nostro tempo, non riusciamo a confrontare e a soppesare evidenze diverse. Torniamo al ragionamento iniziale, quello che fece concludere a Cartesio di avere un’anima immateriale. Cartesio evidenziò come le nostre esperienze coscienti, ciò che ci fa un certo effetto, sono note a noi immediatamente, indipendentemente da ogni informazione fisica e non sono in ultimo conoscibili sulla base di informazioni su come è fatto il mondo. Utilizzando un esempio di Leibniz (filosofo tedesco vissuto circa un secolo dopo): immaginate di potervi rimpicciolire abbastanza per entrare nel cervello di una persona e visitarlo, come adesso visitate un palazzo; beh, nessuna acuta osservazione dei neuroni vi permetterà di spiegare perché quell’ammasso di cellule sia cosciente di pensare. Se pensare vuol dire funzionare in un certo modo, ovviamente potete conoscere perché il cervello funziona così, ma il problema è scoprire, con i metodi della scienza, perché tu provando dolore (che puoi provare perché ad esempio un corpo contundente ha colpito i recettori di dolore che hai nel braccio, i quali trasmettono impulsi elettrici al sistema nervoso centrale, che tramite impulsi elettrici e chimici trasmette un segnale ai muscoli, i quali tramite il rilascio di sostanze chimiche si contraggono e quindi fanno muovere il tuo corpo lontano dalla fonte di dolore…) sei cosciente di provarlo. Ma è senso comune che tramite la scienza possiamo conoscere anche la coscienza, quindi le proprietà fenomeniche delle nostre esperienze, cioè quelle che ci fanno un certo effetto, sono materiali.

Non tutti sono concordi con l’opinione dei tempi e nel 1982 il filosofo australiano Frank Jackson elaborò un nuovo esperimento mentale per sostenere una versione più debole della vecchia tesi di Cartesio: noi non abbiamo un’anima (cioè una mente) immateriale, ma alcune proprietà delle cose, quelle che ci sono note immediatamente, non dipendono dalle cose stesse, ma dalla nostra coscienza, quindi sono immateriali. Le proprietà fenomeniche, ossia delle cose per come ci appaiono, dipendono dalla nostra esperienza in modo diretto, quindi sono immateriali. Ora, se queste proprietà fossero fisiche, potrebbero emergere dalla composizione di componenti fisiche: la proprietà “essere veloce” di un’automobile, ad esempio, emerge da un insieme di parti non veloci, le quali disposte in un certo modo siamo in grado di spiegare perché costituiscano un qualcosa di veloce. Jackson vuole dimostrare che l’analogia tra automobile e coscienza è sbagliata. Il filosofo ci propone di immaginare Mary, una neuroscienziata onnisciente. Mary ha imparato tutto quello che c’è da sapere relativamente alla teoria della visione: sa tutta l’informazione fisica possibile per spiegare come e perché noi vediamo gli oggetti, conosce in tutti i minimi particolari anche i nostri processi cerebrali attivati dalla visione degli oggetti. Ma Mary ha appreso tutto in una stanza in bianco e nero, tramite un televisore in bianco e nero e su libri rigorosamente in bianco e nero e anche lei stessa, guardandosi, si vede in banco e nero. Mary ha imparato tutto quello che c’è da sapere riguardo la visione ma nella sua vita ha visto solo due colori. Ora, immaginiamo che la nostra scienziata esca dalla stanza e si imbatta in un pomodoro maturo: imparerà qualcosa di nuovo? 

Se la risposta è sì vi annuncio che siete dei cartesiani moderati. Perché, è bene ricordarlo, Mary dentro la stanza sapeva tutto ciò che c’è da sapere sui colori, anche sul rosso. E se l’informazione fisica è tutto ciò che c’è, Mary sapeva già dentro la stanza che effetto fa vedere il rosso. Certo, ancora non l’aveva visto, ma sapeva che effetto avrebbe fatto: io non ho ancora fatto un bagno nella lava, ma so già cosa mi accadrebbe se lo facessi grazie all’informazione fisica che possiedo o potrei possedere sulla lava e il mio corpo (so che brucerei perché questo è un fenomeno fisico e infatti è conoscibile in modo completo tramite informazione fisica). 

Ma, intuitivamente, tutti siamo propensi a rispondere affermativamente: com’è possibile che io sappia che effetto mi fa vedere il rosso tramite il linguaggio della fisica? Tramite equazioni e simboli matematici, in una prospettiva in terza persona, come faccio a conoscere un qualcosa che dipende proprio dal fatto di essere osservato da una qualche prospettiva? Beh, se Mary non impara nulla di nuovo, allora in fondo la natura della nostra esperienza non è l’effetto che ci fa. La natura del dolore non è l’effetto che ci fa, ma solo tutti i processi elettro-chimici che avvengono nel nostro corpo. In fondo quindi, se conosciamo bene la natura delle cose, nulla ci fa un qualche effetto. Ma questo si scontra con l’evidenza più forte che noi abbiamo: chi di noi è disposto a pensare che per sapere che effetto mi fa vedere il rosso basta che io studi le onde visive e la struttura del mio occhio e del mio cervello? Noi abbiamo una forte evidenza che le cose non stanno così. Pensandoci un attimo, ciò che tutti pensano, cioè che la mente sia solo e soltanto il cervello, contraddice proprio ciò di cui siamo certi dal principio. Qui non si tratta di rinunciare a un’ipotesi per abbracciarne un’altra che ci permette di spiegare meglio il mondo: abbandonare completamente Cartesio vuol dire negare che l’effetto che fa a noi una certa cosa dipenda da noi, che la mia esperienza dipenda da me e sia quindi mia e tutto questo non perché ciò possa essere spiegato meglio, ma perché non può essere spiegato dall’unico metodo che consideriamo scientifico, l’unico metodo di cui ci fidiamo. Perché un solo tipo di scienza possa spiegare tutto, noi, anche se inconsciamente, sacrifichiamo la coscienza, la prima cosa che sappiamo di conoscere.

Giovanni Marcone

Bernie Sanders: l’unica speranza americana?

Il 3 Febbraio scorso, in seguito al fallimento dell’applicazione digitale per il conteggio dei voti nello stato americano dell’Iowa(centro-ovest del paese), le primarie del Partito Democratico Americano hanno richiamato l’attenzione di tutti gli osservatori internazionali gettando luce sul complesso sistema politico statunitense.

Per capire però cosa è avvenuto davvero bisogna avere ben chiare alcune cose sul funzionamento della politica americana. Le elezioni primarie Democratiche, che servono ad eleggere il candidato del partito che sfiderà i Repubblicani il prossimo Novembre, sono molto particolari in quanto per molti aspetti somigliano alle elezioni vere e proprie. Sono infatti regolate dalla legge statale e non dai partiti come in Europa; Sono elezioni indirette come quelle presidenziali, ovvero i votanti eleggono dei delegati che in seguito eleggeranno il candidato alla presidenza. Tali delegati però non sono sempre obbligati a votare per il candidato a loro collegato questo, unito alla nomina dei super delegati (personalità selezionate dai vertici del partito che votano secondo la propria discrezione), allontana l’effettiva volontà popolare dal risultato reale. La modalità di voto cambia poi nei vari stati della Federazione sia per il tipo di voto che per l’apertura agli elettori. Innanzitutto, oltre alla votazione nei normali seggi esiste, anche se in un numero minoritario di stati, la votazione per Caucus che consiste nell’incontro fisico in luoghi pubblici come scuole o chiese dei votanti che in seguito a dibattiti si spostano fisicamente dalla parte del candidato scelto. Per quanto riguarda l’apertura invece sempre a seconda dello stato esistono primarie aperte a tutti oppure riservate agli iscritti al partito.

Il problema anche maggiore per la democrazia Americana è la somiglianza del sistema delle primarie a quello delle presidenziali vere e proprie, in quanto anch’esse sono elezioni indirette con i cosiddetti Gradi Elettori(equivalenti ai delegati) che votano il presidente, dopo essere stati eletti dal popolo, sempre divisi per stato e in base alla popolazione di esso. A rendere la cosa ancora meno democratica si aggiunge il fatto che chi si aggiudica lo stato prende anche tutti i suoi Grandi Elettori dando così enorme peso agli stati più popolosi che spesso e volentieri decidono l’esito delle tornare elettorali e svuotando inoltre il valore della volontà complessiva del popolo attraverso la vittoria di candidati che avevano preso un numero di voti inferiore rispetto all’avversario, come nel caso delle ultime elezioni Trump contro Clinton. Come se non bastasse un altro limite imposto ai poveri cittadini Americani dalla legge è quello riguardante le modalità di accesso al voto: mentre qui in Italia basta essere cittadini e avere 18 anni, nella democratica America è necessario iscriversi alle liste elettorali presso gli uffici pubblici e in molti casi con l’obbligo di dichiarare la propria appartenenza politica. Con questo sistema, che palesa la grande tradizione democratica Statunitense, si va a scoraggiare il voto delle classi più povere e marginali, per non parlare poi dell’uso che si è fatto nel passato di questa pratica, imponendo la totale esclusione degli Afroamericani nel sud dalla vita politica. Ad aggiungersi infine a questa lunga lista di problemi c’è quello del finanziamento ai partiti: essendo assente ogni tipo di finanziamento pubblico, esso viene fatto esclusivamente da privati; problema grave in un paese dove i 400 cittadini più ricchi possiedono più ricchezza dei restanti 325 milioni e dove quasi la metà dei parlamentari sono milionari. Le campagne elettorali di entrambi i partiti, che costano milioni di Dollari, vengono quindi finanziate da gruppi d’interesse che si aspettano il pagamento della cambiale ad elezioni evvenute rendendo quasi impossibili cambiamenti radicali.

Ma perché la democrazia più antica del mondo ha un sistema elettorale così complesso e particolare? In realtà è proprio questo il problema: infatti tale sistema di voto risale 1787, periodo del consolidamento della Federazione e che non ha subito, nonostante alcuni tentativi, modifiche rilevanti. Appare chiara la volontà dei Padri Fondatori di limitare le pulsioni popolari e dare maggior spazio di manovra alla classe dirigente, idea attuale nel XVIII secolo ma oggi molto lontana dai principi democratici.

Dopo questo lungo escursus necessario a comprendere la situazione americana vediamo di tornare alla situazione attuale. Oltre al disastro con il conteggio dei voti in Iowa le primarie democratiche sono interessanti per scoprire i principali candidati che prendono parte a questa maratona da stato a stato che si concluderà solo con la Convention (assemblea di partito dove i delegati votano il candidato) di Luglio,  e per capire attraverso di loro qual è la concreta alternativa a Trump.

Partiamo da quello che era fino alla vigilia del voto il favorito: Joe Biden, vecchio politico dell’establisment ed ex-vicepresidente di Obama, gradito ai vertici del partito e da molti Democratici proprio per questo legame, promotore di un’agenda moderata e centrista non molto dissimile dalla Clinton e dallo stesso Obama. Probabilmente è per questo che sia in Iowa che poi in New Hampshire(sulla Costa nord-est) a avuto un risultato molto deludente arrivando addirittura quarto, anche se secondo i sondaggi mantiene forza nel sud e tra gli Afroamericani. Ad essere un’inaspettata sorpresa e stato invece Pete Buttigieg, giovane sindaco gay di una piccola città nell’Indiana (centro-est del paese), che ha sorpreso tutti arrivando al secondo posto in New Hampshire e primo o secondo in Iowa (i risultati ufficiali non sono ancora stati pubblicati), nonostante un programma moderato e filo-establishment, probabilmente fagocitando l’elettorato di Biden. Outsider, che non è ancora entrato in gara ma ha annunciato che si buttera nella mischia durante il “Supertrusday”, ovvero giovedi 3 Marzo dove non voterà solo uno stato ma bensì saranno eletti il 40% dei delegati, è Mike Bloomberg: miliardario del settore dei mass media nonché nono uomo più ricco del mondo e ex-sindaco di New York, altro esempio come Trump di personaggo che è candidato solo in quanto proprietario di un patrimonio impressionante. Passando all’ala sinistra del Partito abbiamo Elisabeth Warren, senatrice del Massachusetts (nord-est) che porta idee più radicali con una forte volontà di maggiore intervento statale in economia e di maggiori tutele per lavoratori, marcata attenzione per la questione ambientale e una tassazione maggiorata per i redditi milionari; Ma tuttavia si professa come una convinta capitalista, infatti sostiene pienamente il ruolo internazionale degli U.S.A. Viene poi superata a sinistra dall’ultimo candidato principale, nonché tra i favoriti per la nomina, Bernie Sanders: senatore del piccolo stato del Vermont (nord-est) già veterano delle primarie democratiche del 2016, dove venne sconfitto da Hilary Clinton in seguito a opache vicissitudini che coinvolsero la leadership del partito portando alle dimissioni del allora presidentessa Wasserman Schultz, accusata insieme a altri vertici di aver ostacolato la campagna di Sanders per favorire la Clinton. Sanders è sorprendentemente il favorito di queste primarie, a dispetto del suo programma decisamente radicale per gli standard americani e considerando poi il fatto che si definisca un “socialista democratico”, cosa che negli Stati Uniti è totalmente fuori dall’immaginario politico.

Il programma e le idee di Sanders risultano totalmente innovative sul piano americano e visto il suo vantaggio su gli altri candidati è opportuno analizzare con attenzione il suo percorso per capire quale potrebbe essere lo sfidante di Trump il prossimo inverno.

La storia di Bernie Sanders rispecchia una certa coerenza politica e convinzione personale che risalgono agli anni ’80, a quando era sindaco e in seguito senatore. Egli mantiene una visione socialista e indipendente dal partito del quale effettivamente non è mai stato membro. In senato infatti per decenni vota in contrasto con i democratici, che sono sempre stati guidati dall’ala piu moderata del Partito. Ma perché il Partito Democratico che dovrebbe essere la sinistra politica vede Sanders come un radicale pericoloso? Effettivamente negli U.S.A. parole come socialista e radicale sono sempre state considerate un suicidio politico, infatti i democratici storicamente sono centristi legati alle classi ricche, poco attenti ai bisogni della classe lavoratrice e scarsamente inclini a riforme veramente incisive. Purtroppo proprio per queste ragioni negli ultimi anni la differenza con i Repubblicani si è molto ridotta, soprattutto con la delusione delle mancate riforme dell’era Obama. Questo ha causato una scollatura tra il partito e la classe lavoratrice, in particolare tra i più giovani.

Solo con la campagna presidenziale del 2016 le nuove proposte di Sanders spopolarono tra i millenials e la Clinton fu battuta portando avanti le solite vecchie ricette. Le nuove proposte di Sanders, che a noi europei possono sembrare solo buon senso, in America non hanno mai trovato applicazione.

Cominciamo con il sistema sanitario, che in America è sempre stato affidato ad associazioni private con vari gradi di copertura in relazione con il livello di retribuzione lavorativa: decine di milioni di cittadini disoccupati o impiegati in lavori insufficientemente retribuiti sono privi delle più basilari forme di assistenza sanitaria. I tentativi di riforma di Obama sono stati immediatamente cancellati dal amministrazione Trump, ma Sanders per la prima volta propone un assistenza sanitaria gratuita per tutti su modello europeo.
Sulla questione economica la proposta di Bernie riguarda innanzitutto il salario minimo, da innalzare per garantire un decente livello di vita alle classi disagiate. Per finanziare tale misura vi è la volontà di tassare in modo importante i redditi molto alti, cosa che negli U.S.A. non è mai stata fatta.
La questione ambientale è ai primi posti nell’agenda di Sanders, con il famoso Green New Deal che contiene una serie di proposte sia sul campo energetico che produttivo per portare a una crescita eco-sostenibile.
Altra proposta fondamentale è quella dell’eliminazione della piaga dei debiti studenteschi (in media ogni studente per laurearsi si indebita per 50 mila dollari) e creare un’istruzione pubblica e gratuita per tutti.
Riguardo infine al sistema elettorale americano Sanders ha sempre sostenuto un tetto massimo di finanziamento privato (cosa di cui la sua campagna si è sempre dotata) e l’istituzione di un finanziamento pubblico. Infatti, tutte le campagne dei suoi avversari moderati sono purtroppo finanziate da milionari e grandi aziende che ne riducono lo spazio di manovra, mente la sua è finanziaria esclusivamente dai sostenitori.

Concludendo si può osservare che purtroppo, nonostante la miriade errori e di comportamenti al limite del democratico di Trump, quasi la metà degli americani continuano a dirsi favorevoli al presidente. È proprio per questo che ai democratici serve un candidato forte e con un’idea chiara, concreta e soprattutto davvero alternativa a Trump. Sanders è l’unico ad avere sia un programma nuovo e rivoluzionario, un largo sostegno di giovani, lavoratori e minoranze, ma soprattutto un’idea alternativa di società, cosa che potrà dare una possibilità di futuro migliore per tutti. Al partito conviene quindi cercare di non ostacolare il suo candidato più forte ed evitare divisioni in vista della vera battaglia contro i Repubblicani e Trump.

Gioele Sabatini

Le origini della violenza nell’hip-hop

” If you keep talkin’ shit you get a bullet in your head”; “Torture you with your gutter tubes and throw you like rubbish”: questi versi, presi rispettivamente da due canzoni degli Above The Law (1990) e Terror Reid (2017), sono due chiari esempi di utilizzo di linguaggio violento nel Rap. È interessante notare come la tendenza a comporre liriche così crude, a tratti misogine e misantrope dalle origini del Rap si sia mantenuta ancora oggi tra i vari artisti che rientrano nella corrente dell’Hip Hop, da sempre al centro di polemiche e critiche dovute proprio all’utilizzo di tematiche e di un linguaggio violenti: ne è un esempio recente proprio la critica rivolta a Junior Cally, accusato di sessismo e incitazione alla violenza nelle sue canzoni. 

Ma cerchiamo di capire a cosa sono dovuti questi testi aggressivi. Il Rap nasce come genere di propaganda rivoluzionaria all’inizio degli anni ‘70 nei Ghettos del Bronx, quartiere degradato di New York. Le tematiche trattate dagli artisti sono differenti, variano a seconda dei diversi sottogeneri dell’Hip Hop e della loro preponderanza sull’asse temporale. Alla base di questo movimento vi è la rivendicazione della marginalizzazione sociale e, secondo Ronald Savage, definito il figlio del movimento Hip Hop, negli anni ‘80 si svilupparono quelli che sono stati riconosciuti come i sei elementi del movimento Hip Hop, ovvero: ‘’Consciousness Awareness, Civil Rights Awareness, Activism Awareness, Justice, Political Awareness, and Community Awareness in music.’’. In seguito, emersero altri argomenti propri invece del Gangsta Rap, sottogenere che si sviluppò nei primi anni 90’. Violenza, sesso, droga e armi sono temi trattati da questo genere che celebrava lo stile di vita del ‘’Thug’’, letteralmente, il teppista. Tutto ciò contribuì a creare una visione controversa dell’Hip Hop, e per via dei testi scandalosi e incitanti alla violenza, per la maggior parte composti da insulti, minacce e parole volgari, questo genere iniziò a essere messo in cattiva luce. Secondo quanto emerso da una ricerca condotta dalla Clark University nel Massachusetts (1999), la critica e i media puntano l’attenzione esclusivamente sulle scabrosità dei testi, mancando di comprendere quello che è il loro messaggio reale, saltando quindi a conclusioni affrettate, giudicavano negativamente gli artisti e il loro linguaggio. Ma come qualsiasi forma d’arte, i testi Rap non possono essere compresi se non si comprende prima il contesto storico e sociale che li riguarda. Ad esempio, se consideriamo la parola ‘’Gun’’, essa sarebbe utilizzata dai cantanti come metafora di qualcosa che permetterebbe un ‘’self-empowerment’’, il quale innalzerebbe il giovane abitante del ghetto a una condizione di vita migliore, permettendogli di guadagnare il rispetto all’interno di un mondo fatto di pregiudizi e ingiustizie. Capiamo quindi, come il linguaggio utilizzato dagli artisti e il loro slang siano un grido di protesta e di cambiamento, che solo apparentemente voglia sembrare irruento, ma che in realtà contenga messaggi elaborati, che come liriche poetiche vanno a loro volta interpretati. “…Se crediamo che per essere “classificati” poeti o cantautori gli artisti debbano utilizzare lingue arcaiche, definite per convenzione “belle” nel senso di estetiche, siamo completamente fuori strada, la realtà, il vissuto sono quelli di tutti i giorni con il linguaggio parlato […]  perché, per creare un’opera, dovremmo attingere da un idioma che talvolta sembra non appartenerci più?’’ (A. Bragatto, 2018). Importante è dunque tenere a mente che la musica è una forma d’arte, che può essere interpretata diversamente, gli artisti con i loro testi irruenti vogliono farci aprire gli occhi su certi aspetti della società che a loro avviso non funzionino come dovrebbero, importante è quindi non fermarsi al livello letterale, ma approfondire la nostra interpretazione al senso allegorico, considerando sempre il contesto. 

Veronica Beretta

Parasite: dalla Corea del Sud al trionfo di Hollywood

L’ultima edizione degli oscar, celebrata la notte tra il 9 e il 10 febbraio ha riservato alcune sorprese inaspettate per quanto riguarda l’assegnazione dei premi, in particolare nella categoria ‘miglior regia’ e ‘miglior film’, infatti in entrambe ha trionfato il sud coreano Bong Joo-ho con il suo film Parasite. 

Parasite racconta la storia di due nuclei famigliari, da una parte i Kim, poverissimi che vivono in uno scantinato, svolgendo i più svariati lavoretti tra cui piegare i cartoni delle pizze, dall’altra i Park, rappresentanti dell’élite sud coreana, molto ricchi ma anche molto ingenui, infatti i Park riusciranno con diversi inganni a insidiarsi nella loro vita, facendosi assumere al loro servizio. 

Questo film dipinge perfettamente una società che si rispecchia nel sistema capitalistico odierno; l’estrema ricchezza noncurante delle condizioni di miseria dei propri connazionali, in cui una medesima situazione, come un’improvvisa pioggia, può essere un inconveniente per un campeggio fuori porta che però ripulisce l’aria e da la possibilità di dare una festa per i ricchi, ma per le persone più povere diventa una questione di lotta tra la vita e la morte. All’interno del film c’è una costante divisone di altezze, prima di tutto la pozione delle rispettive case, una posta nel seminterrato in cui l’unico affaccio all’esterno è su una strada dove passano gli ubriachi, mentre l’altra posta in cima ad una collina, sfarzosa e imponete. La costante distinzione di altezze continua anche nelle varie inquadrature in cui dialogano i membri delle due famiglie, infatti, per esempio, un Kim è posto su un gradino inferiore su una scala rispetto ad un Park ad indicare le differenti gerarchie sociali; per elevare la loro condizione i poveri devono quindi salire delle scale, sia fisiche che metaforiche.

I ricchi non sono mai portati a guardare in basso, infatti non si accorgono e non sono a conoscenza di ciò che da anni (prima ancora che loro acquistassero la casa) accade nello scantinato e neanche che ci sono persone sotto ad un tavolino proprio davanti a loro, si preoccupano solo del proprio benessere, ignari della miseria che ci può essere al mondo.

La questione dei “parassiti” si enuncia già in una delle prime scene del film, infatti per sottolineare l’estrema indigenza dei protagonisti, il padre della famiglia dinnanzi ad una disinfestazione decide di lasciare la finestra aperta per usufruire della bonifica.

Ma chi sono davvero i parassiti? L’interpretazione può essere triplice, da una parte i ricchi assorbono tutte le risorse disponibili, non lasciando nulla a chi ne ha davvero bisogno, d’altra parte la famiglia povera si appropria in maniera losca dei lavori da poter fare in casa Park e si insedia, attaccandosi come un parassita, nella famiglia ricca ed infine un’altra figura è il padre della famiglia Guk, che vive in condizioni pietose, senza vedere la luce del sole e senza finestre, che accende a testate le lampade della casa dei Park per nascondere un codice morse, i quali però credono che le luci si accendano automaticamente al loro passaggio.

Quest’ultima famiglia ha un ruolo centrale nella seconda metà del film e soprattutto nel suo finale, infatti sarà la loro presenza a dare inizio ad un climax di spiacevoli situazioni; si scopre che nel bunker antiatomico della casa dei Park vive il marito dell’ex domestica, da qui inizia una grottesca guerra tra poveri, che sottolinea le miseria delle loro situazioni e in generale della società capitalistica dominata dalla disparità e disuguaglianza sociale. Tra i poveri non c’è alleanza, né coesione e tanto meno solidarietà, sgomitano e si ricattano per avere un briciolo di dignità economica e di libertà; è correlato al fatto che i ricchi diventino sempre più ricchi mentre i poveri sempre più poveri, che hanno bisogno di ingannare per avere una vita al limite del decoroso. Solo alla fine il padre della famiglia Kim si rende conto che i veri nemici sono i ricchi, che sfruttano e discriminano gli altri attraverso anche piccoli gesti come lo storcere il naso quando sentono l’odore diverso che hanno i poveri, secondo loro.

Interessante è il ruolo dell’America, e conseguentemente del capitalismo, all’interno di questa pellicola, evocato sopratutto dalla signora Park, la quale pretende che gli insegnati dei propri figli abbiano studiato in America e che inserisce parole inglesi nei suoi discorsi (pratica poco comune in Corea). 

Un’altro elemento importante è la cultura dei nativi americani, di cui il figlio più piccolo è ossessionato, rispecchia una vera e propria appropriazione culturale; per lui dormire in tenda è un gioco, un capriccio, non essendo a conoscenza dei soprusi che ha subito questo popolo da parte degli statunitensi e in questa occasione si sottolinea che la tenda resiste alle intemperie perché è “Made in USA”

All’interno della storia non ci sono personaggi buoni o cattivi, semplicemente sono rappresentati i tratti caratteristici che ognuno può avere; la società che viene dipinta è formata da un sistema che non permette alle persone di cambiare la propria condizione sociale, nonostante la bravura e l’ambizione se sei nato in una famiglia povera, senza possibilità, rimarrai in quella posizione, nel film infatti i ragazzi sono molto preparati e in gamba ma il loro ruolo sarà sempre subordinato ai ricchi.

Molteni Laura

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