L’uomo forte

“In momenti come questi ci vorrebbe un uomo forte al comando”. Quante volte nell’ultimo mese abbiamo sentito questa frase? Tante, forse troppe. Tutti invocano l’uomo forte nei momenti di difficoltà, perché possa risolvere i problemi del paese. L’uomo forte nell’immaginario collettivo è una specie di Superman, è chi non si fa scrupoli e tira dritto, è colui che ottiene ciò che vuole, piegando la sorte. L’uomo forte “Fa la sua vita”, si ripete spesso. E allora ecco una gara a diventare l’uomo forte: tutti contro tutti cerchiamo di prevalere e di poter finalmente fare ciò che vogliamo. “Sono talmente potente da fare ciò che voglio, da soddisfare ogni mio desiderio”. Ma che questa sia una visione del mondo alquanto ingenua, se non ce lo dimostra la vita, in cui ci si accorge subito di non essere nella bellissima pubblicità che ti avevano venduto, ce lo può far capire un semplice ragionamento.

“Chiamo schiavitù l’impotenza dell’uomo a moderare e reprimere le passioni; giacché l’uomo sottoposto alle passioni non è padrone di sé, ma in balia della sorte”.

Con queste parole il filosofo olandese Baruch Spinoza inizia la quarta parte della sua Etica, parte intitolata “La schiavitù umana, ossia le forze delle passioni”. Spinoza è un ebreo olandese, di famiglia sefardita, emigrata in Olanda dopo le persecuzioni antisemite compiute dal Regno del Portogallo. Educato nel solco della tradizione ebraica, se ne distacca presto, abbraccia le idee di Cartesio e della scienza moderna ed entra in collisione con la tradizione religiosa: per questo viene scomunicato e costretto all’esilio e vivrà tutta la sua vita in giro per l’Olanda, mantenendosi attraverso la professione di tornitore di lenti. 

Per Spinoza Dio e Natura sono la stessa cosa: la scienza moderna ci dice che il nostro mondo si può conoscere matematicamente, che ogni fenomeno fisico può essere compreso appieno, non ha bisogno di nessun tipo di spiegazione ultima che sia fuori da tutto l’ordine naturale; ma se quindi la Natura nel suo complesso si spiega da sé, allora essa è Dio, perché ha un ordine necessario. Noi siamo parte della Natura, siamo alcuni suoi aspetti: io sono un uomo particolare di tanti uomini al mondo, ho il mio ciclo vitale, sono nato e morirò. Da morto le particelle di cui sono composto continueranno a esistere e formeranno altro, perché io sono contingente, cioè potevo non essere ciò che sono, potevo non nascere. Ciò che non cambierà mai è l’ordine di tutto questo processo, vale a dire la Natura nel suo complesso. La Natura esiste ed esiterà sempre, perché anche se le sue parti cambieranno la sua infinita potenza continuerà in eterno. Spinoza trae le estreme conclusioni dal metodo scientifico: il libro della Natura, diceva Galileo, è scritto in caratteri matematici, quindi è così e non può essere diversamente. Noi possiamo imparare a leggerlo, ma esso sta davanti a noi nell’unico modo in cui potrebbe essere.

Ma a fronte di questa terribile, almeno per alcuni, verità, dobbiamo imparare come comportarci. Perché sì, l’uomo in questa grande macchina conta poco, ma ogni cosa deve essere valutata dal proprio punto di vista. Spinoza scrive un’etica, una spiegazione di come di fatto gli uomini si comportano, in accordo alle leggi della Natura, ma allo stesso tempo un’esortazione agli esseri umani a vivere bene, perché ne va della felicità di ognuno, la quale in rapporto a Dio è niente, ma in rapporto a me è tutto. 

“Ma io non voglio comportarmi bene, io voglio comportarmi come pare a me” potrebbe rispondere qualcuno. Quest’affermazione, dimostra Spinoza, non ha alcun senso: se noi siamo ingranaggi di una grande macchina, che in eterno si muove e nella quale miliardi di pezzi vengono sostituiti in continuazione per svolgere sempre lo stesso movimento predeterminato, noi non scegliamo niente. Tu quando scegli lo fai per un motivo e quindi non sei libero, ma quel motivo ti ha spinto ad agire. Spinoza in questo è radicale: le leggi che governano il mondo umano non sono per nulla diverse da quelle che governano le particelle elementari del cosmo. Come un corpo in un esperimento di Galilei, noi abbiamo un’inerzia a conservare la nostra energia, fuggiamo ciò che la fa diminuire e desideriamo ciò che la fa crescere. La pianta cresce verso la luce e affonda sempre di più le radici nella parte umida del terreno, noi facciamo lo stesso.

Ma noi siamo una pianta, un atomo, un sasso un po’ speciale: noi possiamo sapere tutto questo. E qui non vi è nulla di magico, ma semplicemente come la natura del ferro è tale che esso conduca elettricità la nostra natura è tale da avere capacità di pensiero. Noi possiamo conoscere ciò che ci spinge ad agire: possiamo conoscere le nostre passioni. Per Spinoza le passioni negative, come l’odio, la tristezza, la paura, il dolore, non sono altro che indebolimento del nostro essere per via di un agente esterno, mentre amore, letizia, benevolenza sono passioni positive, provocate da un accrescimento del nostro essere o da un ricordo o immaginazione di esso. Quando siamo passivi, ossia in balia di forze esterne, la nostra potenza diminuisce e invece quando siamo attivi la nostra potenza aumenta. 

Ma le passioni sono per definizione passive: noi le subiamo, non le produciamo. Non sapendo il perché delle cose noi abbiamo solo le passioni per conoscere il mondo: abbiamo idee confuse delle cose e siamo in balia degli eventi. Siamo schiavi delle passioni e questo non porta ad altro che a sentimenti negativi nel nostro animo. Noi siamo uomini deboli, non sappiamo spiegarci la terribile potenza della vita e ci adiriamo, ci odiamo l’uno con l’altro: convinti di essere noi la causa della nostra tristezza non facciamo altro che peggiorare la nostra situazione.

Dobbiamo liberarci da tutto questo: dobbiamo sapere il perché delle cose, dobbiamo utilizzare la ragione, per avere chiara a noi stessi la nostra situazione. Se non possiamo adirarci contro il mondo, per vivere bene è necessario che noi ne accettiamo la potenza: 

“In quanto noi conosciamo le cause della tristezza, questa cessa di essere una passione, cioè cessa di essere tristezza; e quindi, in quanto conosciamo che Dio [cioè l’ordine della natura] è causa della tristezza, noi ci allietiamo” (Etica, parte V, scolio alla proposizione 18).

 Possiamo unirci gli uni con gli altri, cercare di migliorare la nostra condizione, amare l’uomo e la Natura non per come dovrebbero essere, ma per come sono: “L’odio è accresciuto da odio reciproco e può, al contrario, essere distrutto dall’amore” (Etica, parte III, proposizione 43). Possiamo unirci per accrescere la nostra potenza, possiamo essere forti e ciò è possibile se innanzitutto esercitiamo la ragione e sapendo il perché delle cose smettiamo di contrastarci a vicenda. L’uomo libero è libero dalle passioni e per questo è forte. E l’uomo forte non odia nessuno. 

Giovanni Marcone

Immigrazione: problema o risorsa?

L’immigrazione è uno dei temi più trattati dalle politiche dei governi contemporanei, questo perchè al giorno d’oggi si va sempre più rafforzando l’identità nazionale.
Considerare l’altro come una minaccia alla propria personalità, alla propria essenza, così come a quella della nazione in cui si vive, è un fenomeno molto comune nella politica attuale. Chiaramente il motivo è che il consenso è ottenuto favorendo le persone da cui lo si vuole ricevere, ed essendo queste persone i cittadini di uno Stato -poichè gli stranieri non partecipano alle elezioni-, si tende a proporre programmi apparentemente vantaggiosi per loro. Facendo ciò, un cittadino potrebbe però interrogarsi sul motivo per cui i candidati politici precedenti, anch’essi proponenti programmi apparentemente vantaggiosi per la cittadinanza, non siano stati in grado di conseguire tali obbiettivi. La soluzione si trova allora nell’individuazione di un nemico comune, un nemico che sia in grado di danneggiare una nazione, ed è così che l’immigrazione si trasforma in un problema (i candidati politici precedenti non sono stati in grado di realizzare quanto avevano proposto poichè non avevano considerato tale problema, sarebbe questo il messaggio).

In realtà, come afferma l’ex Ministro italiano per l’integrazione Cécile Kyenge in un intervento del 18 dicembre 2013, si dovrebbe considerare e affrontare la migrazione come una risorsa (così è), di modo da 《rendere la circolazione delle persone una grande opportunità》.
In effetti, le migrazioni sono una risorsa, soprattutto per il loro valore economico e sociale.
Gli immigrati rappresentano più del 10% del totale degli occupati in Italia ed è loro riconosciuta internazionalmente una grande capacità di agency, ovvero la capacità di agire in modo attivo nel contesto in cui si è inseriti, la capacità che, dunque, è in grado di apportare cambiamenti all’interno della società.
Essi, oltre a contribuire in grande misura -in quanto non sono esenti dal pagamento delle imposte- al funzionamento del sistema pensionistico, favoriscono l’ingresso delle imprese italiane all’interno dei mercati dei Paesi di origine e l’istituzione di partnership con imprese estere al fine di sopravvivere alla competizione internazionale.

Per quanto riguarda il valore sociale dell’immigrazione, è utile fare una digressione sulle cosiddette seconde generazioni, espressa da Irene Ponzo in “Reti che sostengono e legami che costringono: il caso dei Rumeni a Torino”. Esse, che possiamo identificare con i giovani di oggi -le prime migrazioni verso l’Italia risalgono agli anni ’70- tendono a fare riferimento ai connazionali arrivati precedentemente nel nostro Paese, sfavorendo di conseguenza le relazioni con la popolazione locale.
Ciò nonostante, queste generazioni, e quelle del futuro, saranno sempre più vicine ai coetanei italiani, e meno disposte ad accettare le condizioni svantaggiose, soprattutto per quanto riguarda il campo occupazionale -descritto dalle 5 P: Precario, Poco Pagato, Pesante, Pericoloso e Penalizzato-, alle quali sono costretti i loro genitori.

Possiamo concludere dicendo che l’immigrazione è un fenomeno strutturale e quindi non ha alcun senso considerarlo come un nemico da abbattere in maniera emergenziale per la durata di una campagna politica. 《A dispetto della propaganda di alcune parti politiche, infatti, l’immigrazione conviene. Perchè chi arriva qui produce. E paga le tasse.》 (M. Scacchioli, in La Repubblica del 14/09/2015).

Nadine Di Cio

E all’improvviso arriva Covid

Ho ventidue anni, sono uno studente universitario e da quando è iniziato il periodo di quarantena passo le giornate studiando e seguendo le lezioni online. Nulla di diverso da prima tranne per le lezioni. Le lezioni ed il contatto con le persone. Abito da una vita sotto il campanile del mio paese e in ventidue anni ho imparato ad odiarlo come se ogni suono emesso avesse il preciso compito di disturbarmi, come se ce l’avesse con me per tutte le bestemmie che ho detto o per quelle volte in cui argomentavo con passione tesi anticlericali.
Ad oggi sono poche le canzoni di festa intonate dal campanile ma tante, tantissime sono le suonate a morto. Non è mai piacevole sentirle e solitamente portano con loro un istante di riflessione, un pensiero difficile da digerire proprio su quella cosa che prima o poi sfiora tutti. Oggi le campane leggono il necrologio tutti i giorni e il mio è un paese che conta qualcosa intorno a 3500 abitanti… Tutti i giorni un ritmo lento e logorante taglia l’aria e rimbalza tra i muri delle strade, senza bussare né chiedere permesso entra dalle finestre e penetra nel nostro cervello. Mia madre non le sopporta più, le campane e le ambulanze la pungono, lei soffre ed irrequieta si sveglia la notte. Io ci ho fatto l’abitudine. Non è una cosa elegante da dire ma è così. Non so più cosa pensare, non so più come dispiacermi quando le sento, non so più reagire o fermarmi un poco. Il Covid non è un virus letale come lo sono stati Sars ed Influenza Spagnola, nemmeno lontanamente, ma ciò che può scatenare è devastante. Perdere un parente, una persona cara per un qualcosa che se letto su i libri di scuola sembra un evento di un altro pianeta è davvero strano. La parola pandemia l’avevo sentita solo in qualche videogioco o magari su qualche articolo online. È difficile rendersene conto, assimilare la notizia ed elaborarla. È davvero difficile ma non perché sia complicato, non lo è! La difficoltà sta nel lasciare che le lacrime sfondino le dighe dietro degli occhi senza vedere la salma, senza vedere i parenti, senza sentire le parole di un prete, senza un’immagine forte e straziante come quella dei familiari riuniti attorno ad un letto vestiti scuri e silenziosi.
Io personalmente ho molto sottovalutato la situazione nonostante i multipli avvisi e prediche. Purtroppo non sono stato il solo. Uscivo, trovavo una panchina e leggevo ore ed ore di fila indisturbato, un paradiso. Non ho mai letto così tanto. Mi sentivo in pace camminando nel silenzio dei miei passi, speravo di incontrare qualcuno per mostrare fiero la mia cresta: guarda che figo, che sprezzo del pericolo! Mi sentivo invincibile e libero. Invece ero (e sono) soltanto un ragazzo immaturo e capriccioso.
Non uscite di casa, se non siete lettori o fotografi vi annoierete, non sfidate la sorte, ha sempre il coltello dalla parte del manico ma soprattutto, non incontrate nessuno, potrebbe ammazzarvi.

Nole

Ma questa trap davvero un senso non ce l’ha?

BRRAH, SKRRT SKRRT, sku-skuuh. Scommetto che hai appena letto queste parole con la giusta enfasi nella tua mente, del resto, a chi di noi non è mai capitato di sentire queste ormai famose onomatopee? (Se stai leggendo e sei nato nella generazione dei Boomer, è forse più probabile che tu non ti sia mai imbattuto in questi intercalari, ma non ti preoccupare, adesso facciamo chiarezza per tutti). Questi termini sono ben noti a tutti coloro che sono familiari al sottogenere della trap, vediamo brevemente in cosa consiste questa corrente. 

Che cos’è la trap

La trap è una corrente dell’Hip Hop, sviluppatasi alla fine degli anni ’90 negli Stati Uniti. È iniziata ad emergere nella prima decade degli anni 2000, arrivando al suo apice nella contemporaneità. Il termine inglese “Trap” si riferisce alla “Trap House”, in slang: la casa della droga, in cui gli spacciatori o “Trap Stars” concludevano i loro affari. Il sottogenere si caratterizza proprio per il lessico legato al mondo delle sostanze stupefacenti, dei soldi facili e della scalata per il successo. Oggi questo genere è più che popolare tra i giovani anche in Italia e spesso è oggetto di critiche per il suo approccio trasgressivo, superficiale e altisonante, per via del marcato utilizzo di software per modificare la voce del cantante e per i testi effimeri. Non è infatti raro riscontrare opinioni negative riguardo alla trap, definita spesso insensata, priva di significato, stupida, oltraggiosa e addirittura indegna di rientrare nella definizione di musica. 

I trapper sono i nuovi poeti?

Il flow nella trap si presenta come un susseguirsi di parole altalenanti e sovrapposte, farfugliate e tagliate. Per darvi un esempio concreto, ecco il ritornello del brano Inverno di Quentin40, giovane emergente della scena rap romana, la cui peculiarità sta proprio nel tagliare le parole a metà accompagnando il tutto con un accentuato utilizzo di Autotune:

“Mamma pio’, questa no’ viene giù il dilu’

Guido in ma’, mamma pre’, ti allonta’ con le gua’

Le mie stro’ (viene giù il dilu’)”

Questo ci dimostra come gli artisti stiano sempre alla ricerca di novità, giochino con ritmo e liriche per creare contenuti “sempre freschi”, per dare voce ai loro pensieri e alla loro creatività utilizzando dei software per fare le loro basi, adattandole a proprio piacimento. 

Nel suo articolo sulla trap e il linguaggio, F.L. Renzi definisce questo fenomeno come “parlato in rima che tende a replicare la comunicazione umana”; questo flow così innovativo si adatta a una maggiore capacità delle nuove generazioni di elaborare i segni linguistici in tempi brevissimi. La trap non è che il riflesso della nostra società, in costante sviluppo tecnologico, in cui la soglia di attenzione è scesa ai minimi storici e in cui gli stimoli esterni sono al massimo; da qui ne derivano canzoni fatte a pennello: brevi, semplici ed effimere. La trap un senso ce l’ha ed è proprio quello di essere musica e in quanto tale ha lo scopo di crescere, riflettere e mutare con la società. Essa è un prodotto inevitabile della nostra evoluzione, l’essere umano continuerà a sperimentare e trovare nuovi modi di esprimere la sua esistenza nel tempo che sta vivendo, chissà, magari Marinetti se fosse vissuto oggi avrebbe composto un pezzo trap intitolato Zang Tumb Tumb.  

Veronica Beretta 

L’Algeria: la prima guerra d’indipendenza

Con questo articolo intendo inaugurare una serie di rubriche di carattere generale composte però da articoli più specifici, così da poter indagare un particolare argomento in modo più approfondito.

RUBRICA: Casa Loro: storia dello sfruttamento e della liberazione del continente africano. 

Lo scopo di questa rubrica è quello di analizzare il fenomeno dello sfruttamento europeo sul continente africano. Intendo soffermarmi brevemente sul periodo della conquista e del dominio per concentrarmi poi sul periodo della lotta di liberazione e dei nuovi tipi di sfruttamento occidentale. Ogni articolo visionerà la particolare situazione di un paese africano. 

L’Algeria: la prima guerra d’indipendenza.

Partiamo dalla collocazione geografica del paese: l’Algeria è situata nella parte occidentale del Nordafrica tra Marocco e Tunisia. Pur essendo il paese più esteso del continente è scarsamente popolato, in quanto gran parte del territorio è costituita dal deserto del Sahara, tale popolazione è infatti concentrata nelle grandi città situate sulla costa come Algeri e Orano. 

La composizione etnica del paese è molto particolare, infatti vi è una maggioranza di origine Berbera (popolazione autoctona pre-araba) e una consistente componente araba, nonostante le due etnie si siano ormai omogeneizzate.

Per ripercorrere la storia coloniale dell’Algeria è opportuno partire facendo un breve excursus storico sul destino di quei territori prima dell’arrivo dei Francesi. La grande espansione dei popoli partita dalla penisola Arabica colpì il Magreb nel 600 d.c.: nonostante la fiera resistenza dei Berberi, nel 700 d.c. gli Arabi controllavano l’intero Nordafrica. Dopo la fine dell’impero Abbaside e dell’unità araba la regione fu dominata da varie dinastie di emiri locali. Nel 1518, alla caduta dell’ultima dinastia, il corsaro Khayr Al-Din detto “Barbarossa” prese possesso di Algeri con il titolo di Bey, una sorta di vassallo dell’Impero Ottomano, che appoggerà una serie di stati barbareschi sulla costa mediterranea con lo scopo di avere basi per permettere la pirateria ai danni dei cristiani. Algeri divenne il più importante porto corsaro ed è da questo momento che parte la concezione di un’identità algerina separata per la prima volta in senso politico dai territori vicini. A partire però dal 1800 tutti gli stati barbareschi subirono attacchi dalle potenze occidentali che li indebolirono molto.

In particolare fu indebolita Algeri, inseguito a rapporti commerciali con la Repubblica Francese mai saldati dal restaurato re Carlo X di Francia, che sfrutterà il problema per dare inizio alla conquista. Ben 30 mila soldati francesi appoggiati dalla flotta presero Algeri, era il 1830. Il controllo del territorio era però ben lontano: solo le città furono facile preda e la resistenza dei vari leader locali si concentrò sulle montagne interne e soprattutto nel deserto, difficili da occupare. La resistenza durò più di 30 anni e costò la vita a più di 1 milione di persone, pari a 1/3 della popolazione, venendo sopraffatta solo nel 1871. La conseguente espropriazione dei contadini locali diede il via alla colonizzazione di massa.

La seconda tappa della colonizzazione fu nel 1887, con  l’introduzione della distinzione tra cittadini metropolitani soggetti alle leggi francesi e sudditi indigeni senza diritti e soggetti alla legge coranica. Riguardo a questo punto occorre analizzare l’impero coloniale francese e la sua politica. Si può osservare che la Francia non ha mai avuto possedimenti destinati al popolamento ma solo colonie con governatori europei destinate allo sfruttamento delle risorse e della manodopera ( Africa occidentale o Indochina) oppure protettorati con governi propri sotto influenza francese ( Marocco o Tunisia). È proprio qui che il rapporto con l’Algeria diventa unico, grazie se così si può dire alla presenza di oltre 1 milione di coloni europei (intorno al 1900) chiamati “pieds noir” pari al 10% della popolazione totale. Per questa presenza l’influenza culturale è politica sul paese fu enorme, tanto che nel 1947 l’Algeria divenne parte integrante del territorio metropolitano ovvero a tutti gli effetti Francia. Con questo atto si coronava l’approccio francese al colonialismo, la famosa “Assimilation”. L’idea quindi di assimilare i popoli conquistati, considerati inferiori sotto ogni punto di vista, alla propria cultura, politica, religione rendendoli francesi. Tale idea oltre ad essere di per sé razzista e sminuente nei confronti di tutti i popoli non europei, non venne mai veramente messa in atto soprattutto perché in questo modo si sarebbero dovuti estendere le conquiste e i diritti ottenuti dal popolo francese, cosa che non convinceva i colonizzatori. Tutto ciò portò solo all’imposizione di una cultura diversa ad individui trattati come “cittadini di serie B” nella propria terra, i quali inevitabilmente lotteranno per la propria autodeterminazione. 

I primi movimenti indipendentisti algerini si formarono già intorno agli anni ’20, con però approcci pacifisti e di conseguenza scarsi risultati, esattamente l’opposto dei movimenti protagonisti della liberazione. Appena dopo la fine della seconda guerra mondiale cominciarono a montare le prime proteste per il mancato riconoscimento del contributo del popolo e dei veterani algerini alla vittoria nella guerra. Proteste che si trasformarono presto in rivolte violente con anche uccisioni di coloni bianchi. La più importante manifestazione si ebbe in Calibia nel 1945 dove le forze dell’ordine spararono sulla folla uccidendo decine di persone. Dai qui si accelerato o i conflitti e la formazione di organizzazioni indipendentista come il moderato Movement National Algerein (M.N.A.) di Messali Hadj e Ferhat Abbas che si scontrò inizialmente con il vero protagonista della lotta, il più radicale Comitato Rivoluzionario d’Unione e Azione (C.R.U.A.) di Ahmed Ben Bella e Houari Boumedienne, per poi fondersi nel Fronte Nazionale di Liberazione (F.L.N.).

Ma la vera scintilla che farà esplodere la guerra vera e propria ebbe luogo a migliaia di chilometri di distanza, per la precisione nell’allora Indochina Francese dove i francesi stavano combattendo ormai da anni il movimento dei Viet Minh che nel 1954 li sconfisse pesantemente nella famosa battaglia di Dien Bien Puh. Evento che fece perdere alla Francia il suo impero coloniale in Asia e pose le basi la disgregazione delle restanti parti.

È infatti proprio nel 1954 che l’F.N.L. diede inizio a una campagna di attentati contro gli occupanti che inizialmente fecero pochi danni. Ma con il tempo si svilupparono in una complessa strategia di guerra non convenzionale, che comprendeva la guerriglia partigiana sui monti dell’interno e tattiche terroristiche nelle grandi città costiere e in seguito anche sul territorio francese. La reazione francese non si fece attendere con l’invio dell’esercito che anche se in un primo momento ebbe molte difficoltà riuscì a riprendersi con la sperimentazione di tattiche di contro guerriglia da parte di truppe scelte (parà e legione straniera), che faranno poi scuola in molti altri teatri ( come l’uso sistematico della tortura sui sospetti, le esecuzioni sommarie e l’uccisione di civili come ritorsione). A supportare l’esercito vi erano inoltre i pieds noir che si organizzarono in formazioni paramilitari, compiendo azioni terroristiche a danno della popolazione algerina. 

La guerra raggiunge il suo apice nel 1957 durante la battaglia di Algeri (messa in scena anche nel film capolavoro di Gillo Pontecorvo “La battaglia di Algeri”) ove la cellula metropolitana del F.L.N. colpì per mesi con una serie di attacchi il quartiere europeo mentre i francesi militarizzarono la Kasba (quartiere arabo), rastrellando i civili in massa e macchiandosi dei peggiori crimini della guerra. 

Nonostante sul campo l’esercito tenne la città ed eliminò o arrestò gran parte del gruppo dirigente del F.L.N., la battaglia mediatica fu vinta dagli indipendentisti che riuscirono a far arrivare la questione all’attenzione internazionale. 

Gli algerini erano infatti già sostenuti da paesi come l’Egitto del nazionalista Gamal Nasser e dall’Unione Sovietica, ai quali si aggiunsero gran parte dell’opinione pubblica europea e parte di quella francese, stanca di una guerra senza via d’uscita.

Le pressioni internazionali e interne mandarono in crisi il debole governo francese che non riusciva a gestire la situazione. Nel 1958, approfittando dell’incertezza governativa e della rabbia dei pieds noir, che temevano l’abbandono della colonia, un gruppo di generali capitanati dal capo dell’esercito francese in Algeria Raoul Salan tentarono un golpe ad Algeri inviando addirittura dei parà ad occupare la Corsica. I golpisti chiedevano la chiamata dal generale Charles De Gaulle (eroe che aveva guidato la Francia nella seconda guerra mondiale) al governo. De Gaulle fu effettivamente chiamato al governo, promise ai pieds noir il mantenimento dell’Algeria e portò inoltre avanti un cambio di costituzione in Francia portando dalla Quarta alla Quinta Repubblica francese (quella vigente ancora oggi). Tuttavia De Gaulle sapeva che ormai la guerra era persa e che l’unica strada fosse quella della pace, ormai anche in Francia la situazione era insostenibile: gli attentati e la repressione contro la comunità algerina erano forti anche in patria (come il massacro perpetrato dalla polizia nel 1961 a Parigi, durante una protesta, con centinaia di arabi gettati nella Senna) tanto che alcune frange della sinistra e intellettuali come Jean-Paul Sartre sostenevano apertamente gli algerini. Il governo francese iniziò quindi a trattare con gli indipendentisti promuovendo un referendum in Francia e uno nella colonia che diedero una schiacciante vittoria all’ipotesi d’indipendenza, la reazione dei pieds noir fu di costituire un’organizzazione terroristica denominata Organisation Armée Secrète (O.A.S.), guidata dal generale Salan, che cominciò a colpire sia gli arabi che i funzionari francesi in patria con lo scopo di rovesciare il governo. De Gaulle continuò comunque i negoziati e nel 1962 si verificò un nuovo golpe militare del O.A.S. ad Algeri. Nello stesso anno si arrivò alla firma dei trattati di Evian che prevedevano l’indipendenza dell’Algeria.

Nell’Algeria libera cominciarono subito gli scontri tra le varie anime del F.L.N., la corrente moderata di Abbas fu subito sconfitta e divenne primo presidente del nuovo stato Ben Bella, appoggiato dalla fazione militare. Il nuovo gruppo dirigente era d’ispirazione socialista e portò avanti un sistema a partito unico, Ben Bella tuttavia economicamente appoggiò l’autogestione dei lavoratori. Cosa che non piacque ai militari più filo sovietici guidati da Boumedienne, che puntavano a un controllo statale più rigido, cosa che li portò al colpo di stato nel 1965. Boumedienne con l’appoggio dell’esercito instaurò un governo autoritario e nazionalizzò le industrie, soprattutto petrolio e gas naturale, inimicandosi l’occidente e rafforzando il legame con il blocco comunista. Con la sua morte però, arrivata nel 1978, si susseguirono vari generali che si aprirono progressivamente al ritorno degli occidentali nell’economia del paese. Le aperture democratiche tentate portarono alla vittoria nel 1992 alle prime elezioni di un partito islamista eliminato però dall’ennesimo golpe militare e a una conseguente guerra civile. Nel 1999 sali al potere un altro militare Abelaziz Bouteflika, che rimarrà al potere fino a quando le proteste popolari lo abbatteranno solo nell’Aprile dell’anno scorso. 

Si può notare come in Algeria ma in realtà in tutta l’Africa la presenza degli europei e il conseguente sfruttamento dei popoli locali non sia poi così lontano nel tempo. E sicuramente non è cessato per  bonaria concessione dei conquistatori, ma tale liberazione è stata strappata con il sangue e la lotta di quei popoli sfruttati. L’Algeria come abbiamo visto si è liberata dalla Francia pagando con la vita di quasi 1 milione di suoi cittadini, tuttavia ci mostra anche come in realtà non si sia mai veramente emancipata dal nostro sfruttamento. Infatti finché esisteranno purtroppo regimi dittatoriali e sanguinari come quello di Bouteflika, che svendono agli occidentali le risorse del proprio paese in cambio di sostegno politico e danaro, lasciando al popolo le briciole, non ci sarà mai un vera e completa liberazione dei popoli africani. 

Gioele Sabatini. 

Gioventù

Sole coperto

Leggero vento dal mare

Un gabbiano si muove lento

Si gira e si alza

Una decina di metri e si tuffa in picchiata

Mi chiedo, se mi potesse capire,

Quale messaggio gli farei portare

E se lo farebbe, in virtù dell’Amore,

Se volerebbe fin dove abbondano le scorte.

Uno, due, tre,

Venti, trenta, centocinquanta giovani

Radunati in una piazza

Pensi che loro si amano tanto

E non conoscono che la luce del sole

E pensi che il loro è un Amore sprecato

Perchè non si conoscono

E se dunque venissero sommersi

Non si saprebbero salvare

E pensi che si potrebbe parlare

E conoscersi tutti

E salvarsi insieme

E poi correre di nuovo in piazza,

Alla luce del sole,

Col doppio dell’Amore.

Nadine Di Cio

Riflessioni sulla crisi artistica in 8 1/2

Passano cent’anni dalla nascita a Rimini di Federico Fellini: uomo, regista e componente fondante di quella cultura cinematografica ormai stratificata appieno nell’immaginario italiano. Nel ’62 il regista rimugina sulla creazione di un nuovo film, ha svariate idee che vagano per la sua mente ma il tutto è molto astratto. Fellini presto dimentica l’idea originale e d’un tratto vuole raccontare di un regista in piena crisi artistica: il suo nome diventa quello di Guido Anselmi, interpretato da Mastroianni. L’alter ego di Fellini vagheggia tra Roma e Cinecittà attorniato dai rapporti scaduti con la moglie, col suo produttore, con gli amici, persino con l’amante, alla ricerca di ispirazione. Quando infine sul set monumentale viene indotta una conferenza stampa per svelare le intenzioni di Guido sul film, l’autore decide di abbandonare la scenografia. A questo punto gli operai iniziano a smontare il set improvvisamente abbandonato ma ad un tratto il regista fallito si accorge di tutto ciò che lo circonda, la vita torna ad avere senso nel momento in cui tutti i rapporti riacquistano valore. Nella scena finale è come se si assistesse ad un episodio da circo: tutti i personaggi sorridono in un girotondo e Guido si tuffa nei ricordi della sua infanzia rivedendosi come un bimbo. 

È esemplare l’esperienza di Fellini in quello che viene definito “blocco dell’artista”, ma di cosa si tratta veramente? È una crisi profondamente comune in cui l’artista (che sia scrittore, pittore o architetto) sprofonda in una momentanea défaillance dove la creatività non riesce più a dare i suoi frutti. Un blocco di questo tipo può essere attribuito a più fattori; potrebbe essere la competizione a bloccare la fantasia artistica. Dante già aveva introdotto l’argomento quando nella prima cornice del Purgatorio, quella dei superbi, parla di Oderisi da Gubbio, artista di miniature ormai superato in bravura dai codici miniati di Franco Bolognese. L’artista continua intrattenendo Dante in un dialogo riguardante la fama terrena e la bravura artistica: la gloria in vita è qualcosa che si stempera con l’arrivo di qualcuno che ti supera in bravura. Il colloquio procede con un’equazione lungimirante: come Cimabue fu oscurato in pittura da Giotto, Guido Guinizzelli fu superato nella poesia da Guido Cavalcanti. Perdere la gloria è una forma di umiliazione che può spingere l’artista a comportarsi come un superbo e a perdere la “rotta” artistica. Un altro processo rilevante è che ogni periodo storico presenta differenti difficoltà: basta pensare alla crisi artistica affrontata dai pittori di fine ‘800. L’invenzione della macchina fotografica portò disordine nella mente creativa di pittori come Van Gogh, credendo di avere la percezione di essere riprodotti attraverso una sorta di scatola meccanica in grado di rubare l’anima generando immagini-automa. La macchina fotografica diventa un’invettiva per ragionare sulla velocità della comunicazione al giorno d’oggi; della difficoltà nel definirsi in una posizione solida sui social ad esempio, dove un’immagine è sempre più bella di un’altra; dove non c’è il rischio di una comunicazione mal riuscita, quindi dove tutto e niente è possibile. 

In che forme si manifesterà in futuro il blocco dell’artista? È bello riflettere su quello di 8 1/2, capolavoro di Fellini, dove dal caos intellettuale realmente esistito sono emerse le più grandi qualità di regista. Forse la soluzione risiede proprio nelle vicissitudini della crisi del regista; forse è dalla perdizione artistica che ne esce l’esperienza creativa più alta. Dal dissesto di Guido l’esito è stato riscoprire il senso più recondito dell’esistenza umana in un finale aperto ed enigmatico alla Fellini, studiato in questo modo perché probabilmente neanche il regista ha mai saputo davvero quale fosse il senso della vita e dell’arte.

Maria Paini

Il genocidio culturale cinese

Gli Uiguri sono un’etnia turcofona che vive nella regione dello Xinjiang, nel nord-ovest della Cina. Il termine “uiguri” venne coniato per indicare un popolo che si insidiò nell’odierna Mongolia e che oggi, a causa di grandi mutamenti storico-politici, si trova a vivere in territorio cinese. Questo popolo appare fisicamente distinto dal resto dei cinesi, presentando un mix di tratti asiatici ed europei e professando il culto musulmano.

Dal momento che rappresentano circa lo 0,75% degli abitanti totali della Cina, gli Uiguri sono una minoranza molto esigua ma, visto che l’intera popolazione cinese si aggira intorno a 1,4 miliardi di persone, la “minoranza” Uiguri è di circa 10 milioni di persone (per intenderci l’intera popolazione del Portogallo) benché all’interno della loro regione, lo Xinjiang, essi occupino un ruolo maggioritario con il 46% della popolazione locale.

Eppure il governo cinese ritiene pericoloso questo gruppo minoritario di religione islamica, per questo motivo la regione dello Xinjiang è uno dei posti più sorvegliati al mondo, con i cittadini che pressoché ogni giorno subiscono controlli da parte della polizia, vivendo costantemente monitorati da una fitta rete di telecamere a riconoscimento facciale e sottoposti a prelievi del DNA per una maggiore tracciabilità in caso di crimini o acquisti sospetti.                                                         Il motivo di tutto ciò? La lotta al terrorismo.

Già negli anni ’90 l’area in cui abitano gli uiguri venne interessata da scontri, atti di guerriglia e rivendicazioni indipendentiste – in molti volevano “staccarsi” dal Paese o almeno entrare nelle sfere d’influenza degli Stati musulmani confinanti, ma fu dopo l’11 settembre 2001 che la Cina diede una ulteriore violenta stretta alle libertà della minoranza religiosa. Per Pechino la repressione degli Uiguri è un atto di controllo a difesa di un territorio chiave (lo Xinjiang è ricco di risorse naturali come carbone, gas naturale e petrolio) al fine di impedire che alcuni musulmani prendano la via del fondamentalismo islamico e diventino dei possibili terroristi.

Nel 2009, in seguito ad una manifestazione, si verificò l’episodio più eclatante, con 184 vittime (tra cinesi e uiguri) e oltre 1.400 arresti, ma nel decennio successivo le persecuzioni non hanno fatto che aumentare, ben nascoste dall’occhio del mondo. Dal 2017 si è iniziato a parlare di veri e propri campi di concentramento: per Pechino si tratta di centri di “rieducazione” per riformare i cittadini, mentre secondo enti umanitari e governi occidentali i campi di lavoro sarebbero dei lager concepiti appositamente per cancellare lo spirito d’appartenenza e il rigetto della cultura identitaria Uigura.

Dal 2017, oltre un milione di uiguri e membri di altre minoranze musulmane turche sono scomparsi in una vasta rete di “campi di rieducazione” nella regione dell’estremo ovest dello Xinjiang, in quello che alcuni esperti definiscono un programma sistematico guidato dal governo di genocidio culturale. All’interno dei campi, i detenuti sono sottoposti a indottrinamento politico e culturale, costretti a rinunciare alla loro religione e tradizioni e, in alcuni casi, sottoposti addirittura a tortura nel caso si opponessero, rimodellando di fatto la popolazione musulmana a immagine della maggioranza etnica Han cinese.

L’aspetto ulteriormente drammatico di questa situazione viene portato alla luce dall’Australian Strategic Policy Institute (ASPI) che ha identificato 27 fabbriche in nove province cinesi che utilizzano manodopera uigura trasferita dallo Xinjiang dal 2017. Tali fabbriche dichiarano di far parte della catena di approvvigionamento di 83 noti marchi globali (tra i quali figurano la Nike, l’Apple, l’Adidas, l’Asus etc). Tra il 2017 e il 2019, circa 80.000 Uiguri sono stati trasferiti fuori dallo Xinjiang e assegnati alle fabbriche attraverso programmi di trasferimento di manodopera nell’ambito di una politica del governo centrale nota come “Xinjiang Aid”.

È estremamente difficile per gli uiguri rifiutare o sfuggire a questi incarichi di lavoro, che sono intrecciati con l’apparato di detenzione e indottrinamento politico sia all’interno che all’esterno dello Xinjiang. Oltre alla costante sorveglianza, la minaccia della detenzione arbitraria incombe ai cittadini di minoranza che rifiutano i loro incarichi di lavoro sponsorizzati dal governo.

Più sorprendentemente, i governi locali e i broker privati ​​ricevono un prezzo pro capite dal governo provinciale dello Xinjiang per organizzare gli incarichi di lavoro. I trasferimenti di lavoro sono ora parte integrante del processo di “rieducazione”, che il governo cinese chiama “formazione professionale”.

ASPI osserva che un piccolo numero di marchi ha consigliato di aver incaricato i propri fornitori di interrompere i rapporti con questi fornitori nel 2020. Altri, tra cui, ad esempio, Adidas, Bosch e Panasonic, hanno affermato di non avere rapporti contrattuali diretti con i fornitori implicati nei regimi di lavoro, ma nessun marchio è stato in grado di escludere un collegamento lungo la catena di approvvigionamento.

Inoltre, da quello che emerge dallo studio, si parla di strutture che, in certi casi, sono inserite in compound con zone nelle quali si lavora, si dorme e, tutt’intorno, muri invalicabili, cordoni di sicurezza e sorveglianza con torrette…

Questa situazione, in conclusione, mostra nuovamente le forti contraddizioni di questo Stato, nelle quali convivono situazioni di modernità, da un lato e di forte povertà dall’altro e il disinteresse generale della comunità internazionale in merito…Il mio invito è solo quello di riflettere su questa situazione inaccettabile nel 2020 che riporta tristemente alla memoria, soprattutto di noi Europei, altri campi di lavoro, che forse così distanti non sono da queste “scuole di rieducazione”, affinché queste azioni siano condannabili da tutti, rimettendo al centro l’uomo:

“Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso.” (Hannah Arendt). 

Per chi volesse approfondire tale tematica, lascio a disposizione il link dell’ASPI, che affronta approfonditamente, con ricerche e dati alla mano, la situazione:

La questione degli Uiguri – http://bit.ly/38schVg

Michele Goisis

Billie Eilish, una canotta nera e il paradosso del femminismo moderno

L’artista americana più influente nella scena pop dell’ultimo anno, vincitrice di innumerevoli premi e definita “Woman of The Year 2019” da Billboard, ha lasciato tutti a bocca aperta esordendo con un video a sorpresa durante il suo ultimo concerto a Miami. La cantante ha mostrato al pubblico una registrazione di lei stessa vestita con una semplice canotta nera che poi si leverà per rimanere in reggiseno, mettendosi per la prima volta “a nudo” di fronte ai suoi spettatori e fan. 

La giovane Billie Eilish non ha mai voluto mostrare il suo corpo finora. La cantante è solita indossare outfit oversize, in modo da nascondere le sue forme e le ragioni sono state spiegate dalla stessa artista nella campagna “I Speak My Truth in #MyCalvins” per Calvin Klein a maggio dell’anno scorso. Contrariamente a quanto espresso dai media e dai suoi fan, i quali ritenevano che Billie indossasse vestiti oversize per evitare la sessualizzazione del corpo femminile, la diciottenne ha rivelato che il vero motivo di questo stile sta nella possibilità di rimanere nascosta agli occhi della gente, in modo da poter avere un lato misterioso ed evitare così i pregiudizi e le critiche del pubblico. Più recentemente Billie ha dichiarato in un’intervista per il newsmagazine televisivo CBS Sunday Morning di sentirsi semplicemente a suo agio nei suoi vestiti larghi. La cantante sostiene quindi che tutti debbano sentirsi a proprio agio in quello che fanno o indossano e il video che ha rilasciato al suo concerto è un chiaro messaggio contro il Body Shaming, ovvero la derisione dell’aspetto fisico di una persona e specificamente per il suo corpo. 

La vicenda di Billie Eilish ci dimostra quanto la nostra società sia ancorata ad aspettative e ideali estetici idealizzati ed utopici, con il conseguente disagio per molti di non sentirsi adeguati o sottopressione per il modo in cui ci si veste o ci si presenta agli occhi degli altri. In particolare, l’attenzione per il corpo è preponderante nei media e nel mondo dello spettacolo. Perché una ragazza in canotta fa tanto discutere? Il fatto di portare baggy clothes piuttosto che abiti più femminili dovrebbe essere importante? La figura femminile sarà sempre oggetto di critiche da parte di chiunque, uomini e donne, i commenti che additeranno il modo di vestire o apparire non cesseranno mai di esistere se la mentalità di fondo non cambia. Da una parte troviamo una corrente femminista consolidata, voce dell’emancipazione femminile e della libertà sessuale della donna, e dall’altro lato ritroviamo invece un’altra corrente di pensiero più radicale, che condanna aspetti, quali ad esempio, l’utilizzo smodato della bellezza o della nudità femminili, fatto che sempre più spesso osserviamo oggi sui social; il quale non farebbe altro che alimentare la condizione di sottomissione della donna. Ci troviamo di fronte al moderno paradosso del femminismo. Il problema sembrerebbe dunque l’eccessiva e stereotipata sessualizzazione della donna e del suo corpo, e il tutto ci sembra quindi un controsenso senza via d’uscita. Ciò che è sbagliato sono la mancanza di rispetto e lo screditamento della donna a prescindere. Body Shaming, Slut Shaming e file di epiteti offensivi saranno sempre dietro l’angolo se non facciamo lo sforzo di insegnare alle nuove generazioni a rispettare tutti, uomini e donne allo stesso modo e soprattutto a eradicare dal cervello delle persone che la donna sia un oggetto o sia in qualche modo colpevole di indurre col suo corpo ad atti riprovevoli. 

Veronica Beretta

Il cigno nero: quando la danza diventa psicosi

Il cigno nero, film del 2010 di Darren Aronofsky, è un thriller psicologo che racconta la storia di Nina, ballerina newyorkese interpretata da Natalie Portman, che si ritrova a dover rappresentare una rivisitazione del famoso balletto di Čajkovskij nel duplice ruolo di cigno bianco e nero. Da qui inizia la travagliata vicenda della ragazza che riscontra dei problemi in uno dei due ruoli. 

La storia potrebbe sembrare molto lineare e semplice e lo sarebbe stata in mano ad un altro regista, ma la sceneggiatura riesce a sorprendere e Aronofsky ha un tratto distintivo, segnato dall’opulenza visiva e dal turbamento emotivo che scaturisce, è quindi in grado di dare spazio alle paure più recondite e alla malattia per la perfezione tecnica che pervade Nina. 

Quando la protagonista riceve la notizia di aver ottenuto la parte principale nel balletto, inizia un’estenuante ritmo di prove per essere perfetta, cosa che però non è sufficiente perché se da una parte Nina è la persona più adatta ad interpretare il cigno bianco, candido e puro, non riesce ad essere credibile nel ruolo opposto del cigno nero.

La schizofrenia è un fattore principale che si sussegue per tutta la durata del film, infatti l’elemento dello specchio è preponderante, la protagonista si riflette in svariate occasioni in superfici riflettenti da quella del camerino, all’enorme specchio della sala da ballo, fino al riflesso sulla metropolitana; questa scelta non è fine a se stessa ma vuole rappresentare in modo ridondante i problemi psicologici della protagonista, la sua scissione dell’io. Si possono notare delle referenze ad uno dei film più famosi che tratta il tema della schizofrenia, Psycho (Alfred Hitchcock,1960), in cui Norman Bates era costantemente metaforicamente diviso a metà sia attraverso dei giochi di luce sia appunto attraverso il riflesso degli specchi (interessante e molto complicato dal punto di vista tecnico anche come vengono girate le scene, con degli specchi per dare l’illusione che non ci sia nessuna macchina da presa presente). 

Questo non è l’unico problema di Nina perché si aggiungono anche l’autolesionismo, la repressione emotiva e sessuale, i disturbi alimentari, che si sommano in un’equazione che porta inevitabilmente all’autodistruzione; il rapporto conflittuale con la madre prevaricativa e tirannica (ex ballerina, che rigetta i sui sogni di ragazza nella figlia) certamente non aiuta, Nina viene trattata come una bambina, la sua camera infatti è molto infantile e la donna cerca di “proteggerla” negandole i rapporti con terze persone; la protagonista nutre però una duplice attrazione, quella per Thomas Leroy, il suo insegnante di danza (interpretato da Vincent Cassel) che vuole soddisfare a tutti i costi e rendersi la migliore danzatrice ai suoi occhi, e quella per Lily (Mila Kunis) una nuova ballerina, sensuale, eroticamente prorompente e sicura di se stessa, tutto ciò che Lily non è e vorrebbe essere per riuscire ad interpretare la parte del cigno nero.

Questa è una delle prime volte in cui la danza non viene dipinta con un alone di bellezza estetica e divertimento ma come sacrificio estenuante, competizione e lotta alla sopravvivenza come aveva fatto Dario Argento con Suspiria nel 1977. Nel film il corpo e la mente si sfidano, desiderando due cose diverse: la perfezione dei passi non è compatibile con i limiti del corpo e la sensualità corporale non si riesce a raggiungere a causa dei problemi interni e mentali di Nina.

Alla fine del film Nina uccide (apparentemente) Lily, avendo compiuto questo gesto è come se si fosse impossessata finalmente delle caratteristiche che le mancavano per poter interpretare il cigno nero, come diceva il filosofo Nietzsche, prima di creare bisogna distruggere, solo così si potrà trasformare l’essere umano da pietra grezza a oltreuomo, che è arte. Infatti dopo questo gesto balla divinamente la parte; ritornando in camerino però appare Lily che si complimenta per la performance, Nina capisce che quindi tutto quello che era successo era frutto della sua immaginazione ed, estraendo un pezzo di vetro dalla schiena, si rende conto che l’unica persona contro cui stava lottando era lei stessa. Tornando in scena per l’ultimo, fatidico, atto del cigno bianco, quello in cui si suicida per liberarsi da tutti i mali e trovare la libertà, Nina si getta sul materasso di scena ma la ritrovano ferita ed insanguinata “ I’m perfect, I was perfect” sono le ultime parole che dirà prima che sopraggiungano i titoli di coda, lasciando così un finale (quasi) aperto. 

Laura Molteni

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