Sicurezza e libertà

Zygmunt Bauman è il sociologo della post-modernità, uno dei maggiori intrepreti della flessibilità e della mutevolezza che affliggono la nostra società; una società in cui il valore delle cose è dettato dalle mode e dalle pubblicità, una società in cui la libertà consiste in un’egoistica soddisfazione dei propri bisogni, indotti dallo stesso sistema.

In seguito a un primo periodo storico in cui《gli sforzi dei “moderni” erano diretti alle fonti dell’insicurezza umana, e chiedevano in cambio l’accettazione del controllo e dell’autocontrollo, l’addomesticamento e il freno dei desideri e delle passioni (da un’intervista a Zygmunt Bauman su http://www.archivio.rassegna.it) e a un secondo in cui, al contrario, spinti dall’esigenza collettiva di libertà, si passò a un sistema opposto, in cui una più ampia libertà individuale si accostava a una ridotta sicurezza garantita a livello sociale, dato che la storia si ripete, siamo ritornati in un periodo abbastanza simile al primo.
Oggi i partiti politici che hanno presa popolare, i cosiddetti partiti populisti, fanno perlopiù leva sull’insicurezza percepita dai cittadini, colpevolizzando la nuova ondata migratoria, identificata come artefice della precarietà e della flessibilità del mercato del lavoro del nostro Paese. Il tema dell’immigrazione è oggi al centro delle campagne elettorali, che hanno le loro fondamenta nella paura dell’altro, in una generalizzata minaccia terroristica e nella proliferazione delle diffusissime “lotte tra poveri”: salariati in difficoltà economica contro i migranti, accusati di mettere a repentaglio le vite dei cittadini europei e di non essere che un peso socio-economico per i Paesi già sviluppati.
In realtà, le migrazioni, oltre ad essere una risorsa economica e sociale per i Paesi di arrivo, sono un fenomeno strutturale presente all’interno della società. Non è dunque sensato considerare il migrante come nemico della sicurezza comune, dimenticando tra l’altro l’obbligo internazionale e umano di accoglienza nei confronti di coloro che migrano, perlopiù a causa della guerra e della povertà.
Non dimentichiamo che 《La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo (articolo 2, Costituzione) e che《Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge (articolo 10, comma 3, Costituzione).

Analizzando la situazione degli ultimi mesi, in cui le limitazioni per garantire la sicurezza sono numerose, è difficile affermare di essere liberi. È difficile sentirsi liberi, poichè libertà e sicurezza sono termini difficili da conciliare e che possono essere definiti come una sorta di aut-aut kierkegaardiano: elementi di una dialettica oppositiva e senza alcuna sintesi, elementi che non sono destinati a essere considerati unitariamente ma che vanno via via escludendosi sempre più, generando un’angoscia esistenziale.
Molti di noi hanno visto negata la libertà di lavorare e studiare dignitosamente, molti di noi hanno visto negata la libertà di avere contatti umani, di abbracciarci e di starci vicini, per affrontare questo periodo difficile. Molti di noi non hanno nemmeno potuto avere contatti con i propri cari per assicurarsi che stessero bene.
Ognuno di noi ha quindi percepito, in un modo o nell’altro, un restringimento della propria libertà, al fine di tutelare la sicurezza nazionale.

Non c’è da chiedersi se ciò sia giusto o sbagliato: tutti noi, qualunque siano le nostre idee politiche, dovremmo difendere la Costituzione, utilizzandola come una sorta di bussola che ci guidi nella nostra vita da cittadini. La risposta alle nostre limitazioni è nella carta fondamentale del Paese, la quale, se ben interpretata, fornisce un chiaro equilibrio tra le esigenze di libertà e sicurezza.

Nadine Di Cio

L’isola dei “neri bianchi”

La “tribù dei fantasmi”, così viene chiamato il popolo degli albini in Tanzania, la comunità di “neri bianchi “più grande al mondo e tra le più perseguitate. Gli albini sono ritenuti spesso una merce preziosa per ricchi superstiziosi africani che credono che possedere le ossa e gli organi di queste persone porti denaro e fortuna.

Qualcosa lentamente sta cambiando, nel 2013 una dichiarazione dell’ONU aveva condannato le crudeltà nei confronti degli albini e, qualche anno prima, nel 2010, al Parlamento tanzaniano era stato eletto un albino, Salun Khalfani Barwani, che ha successivamente influito molto sulla scelta di creare una task force contro le violenze al popolo bianco e così, negli ultimi anni, sono nate associazioni regionali di tutela, appoggiate da quelle internazionali, che permettono un miglioramento concreto ed effettivo della situazione.

Pur non generalizzando il fenomeno di “persecuzione” a tutto il continente africano (ad esempio il successo del cantante albino maliano Salif Keita), la sensibilizzazione ha toccato anche altri paesi, in Kenya, ad esempio, si è creato il concorso “Miss Albinism East Afica”.

Oltre ad avere come “nemici” i propri simili si aggiunge, a queste estreme latitudini, la minaccia del sole, infatti questa malattia genetica ereditaria (in Tanzania ne è affetto 1 su 1400 nati) che, a causa della mancanza di melanina impedisce che la pelle sia protetta, rendendo impossibile lavorare e muoversi, specie nei piccoli villaggi dove c’è povertà e nei quali quindi manca quello che serve a proteggersi dal nemico naturale (creme, occhiali, cappelli).

In mancanza di tali strumenti, i “fantasmi” devono rimanere tali, isolandosi e non vivendo la comunità, alimentando di fatto credenze barbare, ovvero quelle di essere demoni e quindi sacrificabili.

Infatti, nonostante le pene severe e l’aumento dei controlli, le reti criminali che trafficano le membra umane sono sempre attive, aggredendo e rapendo queste persone fino alle “uccisioni rituali”; l’ONU stima 80 morti in cinque anni in Africa orientale: 600 euro per un organo e 75 000 per un corpo intero.

Esiste un luogo che, da una decina d’anni, offre rifugio a questi perseguitati in fuga: L’isola di Ukerewe, nel mezzo dell’immenso Lago Vittoria.

L’isola è grande e offre relativa tranquillità, la distanza dalla terraferma (circa 4 ore di navigazione) garantisce una certa protezione dai trafficanti, infatti Ukerewe ha la più alta concentrazione al mondo di zeruzeru (così vengono chiamati i “neri bianchi”).

La piccola comunità si è dotata di una clinica specializzata nella cura delle malattie della pelle, il cancro alla cute è infatti la principale causa di morte per le persone affette da questa anomalia genetica e di un ufficio legale che difende i diritti civili della minoranza “bianca”.

In questo contesto i bambini possono andare serenamente a scuola, accolti e integrati dai compagni, portandosi creme, occhiali e cappelli (donati da Ong internazionali).

Pur in tale contesto non manca la paura, ormai nel Dna di questa comunità, sia di giorno che di notte, terrore per le sorti macabre degli albini nel caso in cui finissero nella mani dei trafficanti.

Certamente, come dice Alfred Kapore, responsabile della regione di Mwanza per la comunità albina, che se ci fosse una crema che potesse renderli scuri, lui sarebbe felicissimo; a questa latitudini, purtroppo, in molti sono ancora obbligati a pensarla così…

Michele Goisis

Articolo ispirato alla rivista “Mondo e Missione” del PIME. 

Skin Picking- Scars of beauty

Sono le 7, suona la sveglia. La tenera luce dell’alba filtra dalle persiane e realizzo che è l’inizio di un nuovo giorno. Sono contenta, respiro i primi attimi della giornata e mi carico di energia. Mi stiracchio, mi sistemo i capelli. Le mie mani si dirigono sul viso. Sento la pelle ruvida, oleosa, imperfetta. Le mie mani diventano più avide e mi invade il bisogno di grattare, schiacciare, “ripulire”, “perfezionare”. Lo so che non devo farlo, ma il mio cervello mi induce in tentazione. Mi alzo, vado in bagno. Mi avvicino allo specchio.

15 minuti. Sono passati 15 minuti e mi ritrovo ancora davanti a quel maledetto specchio. Mi osservo nuovamente. La mia pelle è rossa, a pois, irritata, lesa. Il mio viso brucia. La gioia dell’inizio di una nuova giornata sparisce e dentro di me la luce del sole viene improvvisamente coperta da nubi di pioggia. Sono un mostro. Non posso uscire di casa così. Iniziano a scendermi lacrime di frustrazione che fanno bruciare ancora di più la mia pelle. Non ho più voglia di fare nulla. Torno a letto piangendo e lascio scorrere il tempo davanti a me, senza cercare di afferrarlo. Le mie energie sono già esaurite. Rimango ad aspettare, aspetto che il bruciore passi, aspetto che un nuovo giorno sorga, con il timore di poter perdere anch’esso per quei 15 minuti passati davanti ad uno specchio. 

Ho vissuto questo episodio parecchie volte in tutta la mia vita, precisamente negli ultimi 8 anni. Durante questo tempo è come se fossi rimasta incatenata a qualcosa che mi impediva di volare e assaporare anche una semplice giornata, una semplice routine quotidiana. A volte le catene si allentavano, lasciandomi respirare una parte della libertà che sognavo, altre volte si accorciavano fino quasi a strozzarmi. Ma cosa mi teneva legata? Quale mostro negava la mia libertà? Un disturbo chiamato Skin Picking o Dermatillomania. Un mostro anche abbastanza cattivo, entrato nella mia vita di soppiatto per poi avvolgersi attorno a me senza che me ne accorgessi, fino a che mi sono ritrovata a soffocare. 

Tutto è iniziato durante il periodo delle medie, un momento di classici cambiamenti, un momento in cui ti senti spaesato e ti sembra di ricevere uno schiaffone dalla vita che ti dice “Hey svegliati, il mondo non è mica il piccolo giardino fiorito e protetto che hai sempre conosciuto!” e ti lascia da solo a sfidare le novità. E i cambiamenti non sono facili da affrontare, come tutti sappiamo. È allora che, non sapendo nuotare nel nuovo oceano, ti aggrappi al primo scoglio che trovi, il primo che ti dà un senso di sicurezza e di piacere, di pace momentanea. Spesso però, ci si aggrappa allo scoglio sbagliato. E io direi che ho proprio cannato. Ho iniziato a provare piacere nel grattare via le imperfezioni malvolute che ricoprivano la mia pelle non più bambina, non più perfetta, liscia e delicata. E mentre lo facevo le preoccupazioni sembravano svanire. Mi sentivo leggera e concentrata sul mio compito. E così, il mio cervello ha accolto con gioia quel comportamento che mi faceva sentire meglio, lo ha appreso, rafforzato e mai più dimenticato. 

Durante i primi anni era un comportamento non ancora abituale. Lo facevo ogni tanto, quando ne avevo voglia o quando, guardandomi allo specchio, notavo qualcosa di imperfetto. Passati tre o quattro anni, era ormai un’abitudine consolidata. L’acne era arrivata improvvisamente non più solo sul viso, ma anche sul corpo, sulle spalle, sulla schiena, sul dècollète. Perciò avevo anche più aree da perfezionare e questo voleva dire più tempo sprecato a farlo.

Ho iniziato a capire che qualcosa andava storto quando, tornata a casa da scuola, non riuscivo a sedermi a tavola prima di non essere corsa in bagno a stuzzicarmi la pelle. Ho iniziato a rendermi conto che non era normale desiderare avidamente di tornare a casa da scuola unicamente per potermi grattare. Non era normale passare un’ora intera davanti allo specchio. Non era normale provocarmi un’infinità di segni rossi e cicatrici per poi guardarmi, incolpare le mie mani e sentire tutte le ansie, che per qualche attimo erano sparite, tornare improvvisamente triplicate a girare nella mia testa come un uragano senza tregua. 

E allora, dopo circa 4 anni dall’inizio del disturbo, ho iniziato a rendermi conto che ero incatenata a qualcosa che non riuscivo a identificare, a cui speravo di trovare presto un nome. E in seguito a varie ricerche, ecco che l’ho trovato: Dermatillomania o Skin Picking o Disturbo da Escoriazione compulsiva. La mia gioia nell’aver compreso che non ero sola era grande, finalmente avevo trovato che qualcuno come me esisteva. Ma allora mi vergognavo di questo problema e non ne parlavo molto. Questo perché, sì, avevo provato a confidarmi con alcune amiche, ma avevo ricevuto solo commenti che avevano aumentato il mio senso di solitudine. “Ma ti sembra un problema serio?” “Smettila di lamentarti di cavolate” “Non mi sembra una cosa così grave” “Ti lamenti e basta” “Ma lo fanno tutti di toccarsi la pelle!!” “È normalissimo” “Se ti lamenti così tanto perché non smetti di grattarti?” “Basta solo un po’ di FORZA DI VOLONTA’”. Ecco, la famosa forza di volontà. Chi mi giudicava non sapeva che in un disturbo ossessivo-compulsivo la forza di volontà viene sotterrata, non è più utilizzabile. 

Ma a parte i commenti dei coetanei, è stato brutto riceverli anche da adulti come i dermatologi, che forse dovrebbero essere a conoscenza di questo problema. Soldi, soldi e soldi spesi continuamente per antibiotici e creme costose che forse avrebbero fatto effetto se non ci avessi messo di mezzo le mani! Ma per me era praticamente impossibile e in più venivo rimproverata da questi dottori che mi ricordavano che le cicatrici non mi sarebbero più andate via, se avessi continuato a grattarmi. 

Questi episodi mi facevano non solo sentire più sola nell’affrontare questo problema, ma anche incompresa, giudicata. Dentro di me sentivo la rabbia crescere ogni volta che venivo colpita dalle parole insensibili di chi giudica senza conoscere, per poi sentirmi annegare nell’impotenza. E intanto, il disturbo si rubava il mio tempo, la mia vita, la mia serenità e divorava la mia pelle, facendomi vergognare sempre di più e passando ogni mattina almeno un’ora in bagno per truccarmi e nascondere i segni. Quei segni che ogni giorno aumentavano e che erano diventati il mio incubo. E ogni pomeriggio mi distruggevo la pelle e mi chiudevo in casa, spesso rifiutando gli inviti dell’ultimo momento o una serata fuori con le amiche perché non potevo farmi vedere. Per non parlare delle difficoltà nello studio, causate dalla scarsa concentrazione per la continua ricerca di imperfezioni da eliminare.

Inoltre, stavo diventando sempre più grande e sempre più donna, ma la pelle rovinata faceva da freno alla mia percezione di femminilità. Mettersi in bikini era una tortura, non potevo indossare magliette sbracciate o scollate perché dovevo nascondermi. Guardavo sempre più con sconforto la pelle delle altre ragazze, così pulita, morbida, uniforme e delicata come lo è la figura della donna di per sé, mentre io mi sentivo diversa. 

In quarta liceo ho raggiunto uno dei due apici di gravità del problema: stavo così male che mi sono rimboccata le maniche e ho detto: “Bene, adesso basta. Voglio sconfiggere questo problema.” Ho iniziato quindi ad informarmi più che potevo fino a che ho trovato l’unico libro esistente sull’argomento, scritto da Annette Pasternak, una dottoressa californiana che per prima aveva sofferto di Skin Picking. Conteneva preziosi suggerimenti pratici che misi in atto e per un po’ alleviarono il disturbo: si trattava di fasciarsi con bende le zone del corpo più colpite, indossare scotch sulle dita o guanti quando ero a casa, tenere un diario per tracciare i momenti in cui era più facile avere ricadute e altre tecniche. Ho persino fatto una videochiamata su Skype con questa scrittrice, ma il problema persisteva. Per qualche periodo devo ammettere che è andata meglio, fino a che, finito il liceo, una nuova ondata mi ha colpito. L’estate dopo la maturità è stata piena di ricadute che hanno fatto molto male ed erano sempre più difficili da accettare. 

Oggi, finalmente, ho trovato uno dei pochi centri in Italia che si occupa di questo problema e sono sulla via della guarigione. E sogno ogni giorno il momento in cui vedrò le catene spezzate per terra e potrò vivere nella libertà che ho perduto da tempo. Sogno il giorno in cui invece che grattarmi darò carezze alla mia pelle, una pelle bianca, liscia, pulita e luminosa. 

Questo articolo vuole essere un modo per diffondere la conoscenza di questo problema ancora sconosciuto e poco considerato dalla maggior parte delle persone. Vuole anche essere una riflessione sul giudizio che così spesso diamo senza conoscere a fondo gli altri. Penso che ogni forma di sofferenza vada rispettata, anche se deriva da un problema che si può ritenere irrilevante, o anche se c’è sempre “qualcosa di peggiore”. Per ultimo, spero che possa questo articolo essere di aiuto a qualcuno che forse soffre in silenzio, che non sa dare un nome a ciò che lo tiene legato. Sappiate che non siete soli. Sappiate che se continuate a cercare, troverete le risposte. Sappiate che se cercate un’uscita dal tunnel, un giorno la troverete e potrete finalmente vedere la luce. 

Francesca Pezzi

Giobbe e il coronavirus

“E il ragazzo sfrenato colse

La rosellina di brughiera.

La rosellina si difese e punse,

Ma furono vani pianti e lamenti,

Dovette proprio sopportarlo.”

Si conclude così la storia narrataci da Goethe in “Rosellina della landa”: un ragazzo innamorato vuole far un dono d’amore alla sua amata, si avventa sul povero fiore e questo, dopo una disperata resistenza, non può che soccombere. La rosa minaccia di pungere il ragazzo, ma questa minaccia è inefficace. Come potrebbero delle semplici spine salvarla? 

Goethe ci mostra tutta la violenza che l’uomo attua sulla natura: un semplice capriccio d’amore vale di più di una vita. Una vita? Si può considerare quella di una rosa una vita? A livello biologico sicuramente: la rosa, come noi, è un essere vivente. Ma la perplessità, sappiamo tutti, è un’altra: ha dignità la vita di una rosa? Comunemente tutti risponderemmo no. O meglio, forse una rosa avrà pure una dignità, ma sicuramente inferiore a quella umana. Dobbiamo leggere l’avvenimento in proporzione: cogliere una rosa non è un rosicidio, nonostante comporti la morte della rosa stessa. Se io sparo ad un uomo commetto un omicidio e questo termine non è solo una descrizione di un fatto, ma anche una caratterizzazione di valore: il mio è un gesto negativo. Uccidere è sbagliato. Uccidere, almeno nella maggior parte delle circostanze (sicuramente per futili motivi) è sbagliato non solo perché ci fa pena la sofferenza dei familiari e degli amici del morto, ma anche di principio. Per uccidere legalmente necessitiamo di una legittimazione, scritta, chiara, su cui tutti almeno formalmente concordano: si uccide con la pena di morte o in guerra, ma non a caso. 

Tutto ciò per la nostra rosellina non vale perché essa non è un essere umano. Ci sentiamo superiori al resto del mondo: tutto è a misura d’uomo e quando non lo è ne è comunque a disposizione. Pico della Mirandola nella “Oratio De Hominis Dignitate” sostiene che l’uomo è l’essere libero, il quale può perfezionarsi ed elevarsi a Dio, istituendo società giuste e facendo trionfare la pace, ma può allo stesso tempo degradarsi al livello delle bestie. A questo scopo deve sfruttare la Terra e può farlo, Dio gliel’ha concesso: le responsabilità morali di quello che farà saranno sì misurate su quanto bene e male egli ha compiuto, ma in relazione agli uomini e a Dio, non alla natura. Lo stesso Immanuel Kant, il principale esponente dell’illuminismo tedesco, colui che ha fornito la più influente giustificazione teorica al riconoscimento dei valori dei diritti umani (sì, quando leggiamo la “Dichiarazione universale dei diritti umani” dell’ONU e siamo d’accordo, senza saperlo siamo d’accordo con Kant), diceva che l’essere umano ha una dignità, la natura e gli animali no.

Forse non conosciamo Kant e Pico della Mirandola, ma siamo d’accordo con loro. Perché? Perché noi con la tecnologia facciamo violenza alla natura per i nostri scopi. Possiamo anche farlo a fin di bene: intendiamoci, non voglio affermare che tutta la violenza compiuta sulla natura è a scopo di mero profitto ed egoismo. Basta pensare alle medicine, ai trasporti, perfino all’editoria: quanta violenza per stampare un libro? Quanti alberi devono morire perché possano essere stampati i libri su cui studiamo! Ma non possiamo certo tornare a essere dei bruti, degli uomini primitivi che vivono nella pace totale con l’ecosistema. Questo non è realizzabile, ma non ha neppure senso, perché l’uomo modifica l’ambiente in cui vive da sempre. Del paleolitico abbiamo le pitture rupestri, cioè una modificazione dell’ambiente, seppur la più esigua, da parte di una specie umana agli albori della civiltà. Anzi, più vi è civiltà più vi è modificazione della natura: questa è la dignità dell’uomo, secondo Pico.

Il problema è però il nostro atteggiamento nei confronti della natura. Già, perché abbiamo continuato a modificare l’ambiente per millenni, abbiamo visto che ci riusciva bene (grazie tante, è ciò che ci caratterizza!) e ci siamo convinti di essere per questo superiori al resto. Soltanto al giorno d’oggi ci siamo accorti dei problemi del nostro comportamento e iniziamo ad aver cura dell’ambiente. Ma perché siamo ambientalisti? Perché non possiamo non esserlo, altrimenti ci estingueremo. E’ sempre l’umanità che conta. Ma è sempre stato così?

“C’era nella terra di Uz un uomo chiamato Giobbe: uomo integro e retto, temeva Dio ed era alieno al male”.

 Così inizia il libro di Giobbe, uno dei più famosi della bibbia ebraica. Ci viene qui raccontata la storia di questo Giobbe: uomo pio e giusto, tributa a Dio tutti gli onori dovuti, osserva pedissequamente la legge. La sorte gli è quindi propizia e lo ricompensa con sterminate ricchezze, rispetto da parte degli altri ebrei, sette figli e tre figlie. La vita di Giobbe procede felice e in amore con Dio, finché Satana non va da Dio e lo convince a mettere alla prova il suo devoto. Giobbe perde tutti i suoi averi e i suoi figli. Ma nonostante ciò continua a pregare Dio, non bestemmia. Giobbe è ottimista. Satana allora lo colpisce nella carne: la sua pelle si ammala e marcisce, il suo corpo si consuma ed egli inizia a vivere nel fango con le bestie. Tre suoi amici di lunga data lo visitano, per sincerarsi della sua condizione. Vista la situazione, decidono di rincuorarlo. Dio è buono e giusto e quindi tutto ciò che accade all’uomo avviene per un motivo, perché l’uomo ha stretto un’alleanza con Dio, è la sua creatura prediletta; ciò che è successo è a fin di bene. Ma Giobbe non ci sta e inizia a imprecare contro il Signore, perché egli non ha fatto niente, non si è macchiato di nessuna colpa, non è giusto quello che gli è accaduto. I tre amici e un quarto personaggio continuano a consolarlo, con tutte le ragioni teologiche possibili, invano. La risposta del malato è sempre la stessa: 

“Sappiate dunque che Dio mi ha piegato e mi ha avviluppato nella sua rete. Ecco, grido contro la violenza, ma non ho risposta, chiedo aiuto, ma non c’è giustizia!”.

Quindi interviene Dio stesso ed espone al poveretto le sue ragioni. O meglio, afferma che non ha bisogno di giustificarsi. Con che coraggio Giobbe chiede ragioni a Dio! Con che diritto poi? 

“Hai tu un braccio come quello di Dio e puoi tuonare con voce pari alla sua?”

L’onnipotente, colui che può tutto, colui dal quale la stessa vita dell’uomo dipende, che viene chiamato a rendere ragioni per ciò che capita all’uomo: un’assurdità. Giobbe è stato fortunato nella vita, ha fatto ciò che ha voluto e tutto gli è riuscito per il meglio e così si è convinto di avere un potere superiore alle altre creature, addirittura si è sentito in diritto di interpellare Dio. Ma la sorte dà e allo stesso tempo toglie, l’uomo vede crollare il suo regno, i suoi progetti, i suoi sogni ed è giusto così. Giobbe capisce e si zittisce. Allora Dio comanda ai suoi tre amici di fare sacrifici per purificarsi perché hanno detto parole balsfeme (hanno cercato di giustificarlo!) e ritorna a Giobbe tutto ciò che gli ha tolto. La sorte dà, la sorte toglie: noi umani possiamo sforzarci quanto vogliamo, migliorare la nostra condizione, ma non siamo onnipotenti, forse nemmeno tanto potenti. In ultima analisi non tutto dipende da noi nella vita, a volte a fronte di certi eventi non possiamo che subire.

La malattia consuma il povero Giobbe nella carne ed egli non può far altro che soffrire. Per quanto fosse preparato non poteva sfuggirle. Oggi siamo tutti a casa per colpa del coronavirus. Il nostro mondo, ciò che abbiamo costruito, che crediamo invincibile se non per mano di altri uomini, fermato da una malattia. Onestamente, una malattia nemmeno troppo terribile. C’è stato di peggio nella storia e noi l’abbiamo subito, siamo stati in balia degli eventi. E il fatto che adesso lo siamo molto meno che in passato non significa essere né invincibili né superiori al resto del cosmo. Siamo solo una parte di esso, piccola  e insignificante e una banale visita a un osservatorio astronomico ce lo dimostra facilmente. In poche parole: il mondo non è a misura d’uomo.

 Leggere le nostre vicende da due mesi a questa parte con gli occhi di Giobbe ci può far tornare umili. O meglio, ci insegna a dare a tutto il giusto peso, anche a noi stessi. Aristotele, all’inizio dell’Etica nicomachea, si scusa perché le riflessioni nelle questioni morali saranno sommarie e approssimative, paragonate ai suoi studi in matematica, fisica e metafisica. Vi è un giudizio di valore in tale affermazione: cose più perfette avranno metodi di studio più perfetti, quindi le scienze che studiano il cosmo saranno inevitabilmente più precise delle scienze sociali. Noi uomini non siamo ciò che è più importante nel mondo, la natura non è la povera rosellina indifesa e noi non ne possiamo disporre a nostro capriccio. Giobbe e il coronavirus ce lo insegnano.

Giovanni Marcone

Le conseguenze del Coronavirus sul cinema

Come quasi tutti i settori, anche il cinema sta subendo delle grosse ripercussioni dovute alla crisi sanitaria attualmente in corso nel nostro Paese e nel mondo. 

Oltre l’ovvio problema delle affluenze in sala pari a zero, si sommano altri fattori tra cui la sospensione di riprese in corso e la posticipazione di numerosi titoli, ma andiamo con ordine. 

La stagione invernale 2020 stava andando molto bene (fonte e approfondimenti su cinefacts.it), soprattutto rispetto al ciclo precedente del 2018-2019, un po’ perché era il periodo successivo agli oscar e un po’ perché c’era ancora la scia del film di e con Checco Zalone, che ha portato molti italiani al cinema. 

Le produzioni sospese sono molte, tra cui grandi blockbuster, come il nuovo capitolo di mission impossible, che doveva essere girato a Venezia, il remake di mamma ho perso l’aereo e quattro film dell’universo Marvel (dottor strage 2, thor: love and thunder, black panther 2 e captain Marvel 2), che hanno già rimandato la data di uscita tra il 2021 e il 2022.

Altrettante sono le pellicole che dovevano uscire in questi mesi che sono state rimandate quasi tutte all’inverno 2020 oppure sono uscite direttamente in digitale sulle varie piattaforme streaming; quest’ultimo è un argomento che ha trovato un terreno di discussione a causa dei prezzi ritenuti da alcuni eccessivi. Diversi infatti sono i film che sono usciti bypassando la sala fisica, tra cui Emma, il cartone animato Trolls world tour, The invisibile man e il vincitore agli oscar per migliori make-up e hairstyling Bombshell. Per la maggior parte di questi film il prezzo per il noleggio è di circa 16€, come mai? le ragioni principali sono il rientro parziale dei costi per non essere uscito in sala e per contrastare la pirateria; dall’altro lato chi si lamenta afferma che non si possa pagare tale prezzo per un singolo film e non avere poi nulla in mano finito di guardarlo (come un dvd); il prezzo è eccessivo per una persona (ma ridotto se si guarda in più persone) e vi è anche il fatto che la qualità di una fruizione in casa è nettamente inferiore ad un’esperienza cinematografica in toto. 

Le piattaforme streaming hanno visto in queste settimane un afflusso aumentato in maniera esponenziale, fattore che sottolinea che, finita questa pandemia, si avrà un pubblico cinefilo più ampio formatosi in questi mesi.

Quando la situazione si sarà attenuata e si potrà pian piano ritornare alla vita normale, ci saranno molte persone che scalpiteranno per tornare nella sale a vedere finalmente un film al cinema, però non sarà sicuramente tutto uguale a prima, perché si prospetta che inizialmente si dovranno vendere i biglietti a poltrone alterne e con molte precauzioni di sicurezza del caso. Altri suppongono un ritorno dei drive in, una soluzione molto sicura visto che ogni persona sarebbe nell’abitacolo della propria auto. 

I danni ora sono incalcolabili, si spera che possa arrivare un nuovo pubblico che si sta educando adesso, come dicevo prima, attraverso le visioni da casa, una nuova modalità di fruire il cinema. Si prospetta che ci sarà una grande domanda di contenuti e che quindi sul lungo periodo questa potrà essere una cosa positiva; saranno quindi pochi i film “evento” ad essere visti in sala: blokbuster che da sempre portano tutti nei teatri cinematografici, film con effetti speciali particolari, in pellicola da 70mm (solo nelle sale attrezzate) oppure che hanno un particolare uso del sonoro, che in casa non sarebbe valorizzato come deve.

Ci saranno quindi grandi cambiamenti in tutti gli ambiti e quello dell’intrattenimento non sarà da meno. 

Laura Molteni

75 anni dalla Liberazione: che cosa dobbiamo ricordare?

Questo sabato, 25 aprile, ricorre l’anniversario di un evento fondamentale per la nostra storia e memoria. La liberazione dell’Italia dal nazifascismo è infatti l’atto imprescindibile per la formazione sociale e politica della società repubblicana. Quest’anno in particolare sono ben 75 anni da quel momento essenziale. Il che ci può trasmettere una dimensione di notevole distanza temporale, facendoci sentire ormai distanti da quegli avvenimenti. Si può pensare a questa ricorrenza come solo a una celebrazione storica per pochi, memori di una storia passata che non ha più legami con il mondo di oggi.

Per chiarire a che cosa fa riferimento il 25 aprile, è necessario ripercorrere la parabola storica della resistenza e poi della gestione della sua memoria e dei suoi valori. In tal senso bisognerà affrontare l’interpretazione di concetti come fascismo e antifascismo il loro ruolo di ieri e di oggi. Già dopo la marcia su Roma, del 1922, con il primo fascismo si possono riscontrare le prime forme di resistenza. Il governo fascista era in principio ancora in un sistema democratico: ii primi esempi d’opposizione ebbero luogo proprio in parlamento come il discorso del socialista Giacomo Matteotti che denunciava i brogli elettorali perpetrati dai fascisti, nel 1924. Cosa che lo farà rapire e uccidere poco dopo causando tumulti nel paese e “l’aventino” (abbandono di tutte le opposizioni del parlamento per bloccare il governo). Mussolini reagì attribuendosi la responsabilità per l’omicidio e dando così inizio alla vera e propria trasformazione in dittatura del paese. Da qui in poi la violenza fascista è I suoi soprusi si fecero più imponenti. I danni per gli antifascisti furono ingenti la morte di intellettuali e politici come Amendola e Gobetti o l’incarcerazione di altri come Gramsci e l’esilio di altri ancora come Turati. La resistenza negli anni seguenti poco organizzata e debole fu quasi spazzata via, nel mentre il regime permeava, con i nuovi strumenti di propaganda, la società italiana, la sua struttura e la sua cultura. L’apice del successo fascista si raggiunse intorno al 1936 con la guerra d’Etiopia: isuccessi militari del regime strinsero gran parte del paese attorno alla dittatura. 

Fu solo con l’alleanza con Hitler e al conseguente scoppio della seconda guerra mondiale che il regime cominciò a perdere consenso. La situazione peggiorò con il cattivo andamento della guerra, fino ad arrivare allo sbarco anglo-americano in Sicilia, del 1943. Il Gran Consiglio del Fascismo (organo direttivo del partito) destituì Mussolini dal ruolo di Duce. Sotto la guida del re Vittorio Emanuele III, il governo passò al generale Badoglio. Il re in segreto trattò il cambio di alleanze con gli americani siglando, con l’armistizio di Cassibile, l’8 settembre il tradimento. Mentre il re fuggiva a sud in territorio già controllato dagli Alleati, l’Italia è il suo esercito si trovarono in balia degli ex alleati tedeschi. Fu proprio in questo momento che si ebbe la massima espressione della resistenza che giovò di un’adesione popolare nuova: molti esasperati dalla guerra e i militari sbandati. Inoltre si sviluppò una rete partigiana clandestina su tutto il territorio nazionale, divisa in cellule autonome ma coordinata da un unico organo il Comitato di Liberazione Nazionale (C.L.N.), composto da tutte le forze democratiche guidate da tre anime principali: comunista, socialista e azionista(formazioni di Repubblicani laici). Intanto i fascisti con l’appoggio dei tedeschi formano al nord la Repubblica Sociale guidata da Mussolini, spezzando di fatto così l’Italia in due. Qui ebbe luogo la pagina più tragica della storia italiana in quanto si combatté una vera e propria guerra civile. Mentre gli Alleati avanzavano da sud al nord i partigiani adottarono le tecniche di guerriglia, soprattutto in montagna, contro le soverchianti forze nazifasciste. I fascisti e i loro alleati germanici risposero macchiandosi di crimini orribili come i rastrellamenti su civili inermi come a Sant’Anna di Stazzema, dove trucidarono l’intero paese o azioni di rappresaglia come alle Fosse Ardeatine dove fucilarono 10 italiani per ogni morto tedesco in un’azione partigiana. Oltre naturalmente alle torture e alle esecuzioni sommarie di tutti i partigiani catturati. Ciò nonostante gli antifascisti resistette in condizioni terribili quasi 2 anni.

L’atto finale si ebbe il 25 aprile 1945, quando il C.L.N. diede il via all’insurrezione generale in tutte le principali città del nord ancora in mano ai fascisti, riuscendo così a liberare il nord da solo. I principali scontri si ebbero a Milano, sede del governo fascista: Mussolini scappo dalla città cercando riparo in Svizzera ma fu intercettato a Dongo mentre cercava di fuggire travestito da soldato tedesco in un convoglio militare. Fu fucilato il 28 aprile dai partigiani che temevano la possibilità di intervento americano per salvare la vita di Mussolini. 

Si può individuare nel 29 aprile, quando il corpo di Mussolini fu appeso a testa in giù a piazzale Loreto a Milano, la fine dell’esperienza storica di fascismo e resistenza. Ma in realtà è proprio a partire da quel giorno che ha iniziato l’infinita guerra della memoria che continua oggi. Il primo problema da affrontare per il C.L.N. fu di ritrovare un equilibrio politico in un paese devastato dalla guerra civile. Inoltre la presenza americana e il nuovo equilibrio internazionale che divideva il mondo nei due blocchi sovietico e americano legarono non poco le mani alle nuove autorità. I primi governi, soprattutto quello guidato da Ferruccio Parri capo del C.L.N., inizialmente applicarono una politica di epurazione dei fascisti da tutti i ruoli di responsabilità in ogni ambito. Questa politica fu purtroppo di breve durata, già nel dicembre 1945 Parri venne sostituito con De Gasperi, capo della Democrazia Cristiana che con l’amnistia Togliatti (ministro della giustizia e capo dei comunisti italiani) annullò tutte le condanne. Tutti i funzionari statali, intellettuali, giornalisti fascisti mantennero le loro cariche e non pagarono nulla. A essere esclusi dal perdono furono solo pochi gerarchi e criminali di guerra (anche se con molte eccezioni come Graziani, capo dell’esercito repubblichini e colpevole di massacri di civili) legati soprattutto all’ultima fase del fascismo post 1943. Questa scelta fu dovuta a spinte interne ed esterne: la volontà americana di conservare le personalità fasciste viste come utili per contrastare i comunisti e la volontà di pacificare il paese per evitare spinte rivoluzionarie e mantenere lo status quo da parte delle classi dirigenti. Il colpo di spugna permise a questa marmaglia di ex fascisti di dare il via alla campagna di autoassoluzione di gran parte del ceto dirigente che era stato fascista e di focalizzazione di tutte le colpe sulla sola figura di Mussolini. Descrivendo poi la dittatura in senso bonario e caricaturale quasi un grande abbaglio e legando tutti i suoi orrori esclusivamente alla fase finale e ai nazisti discolpando tutto il resto. Questo può spiegare perché la costituzione repubblicana del 1948, che condanna in toto l’esperienza fascista, non sia mai stata applicata del tutto in questo senso. Costituzione che venne infatti scritta dai partiti nati dall’esperienza partigiana e che quindi porta i valori antifascisti come massima espressione democratica al suo interno, il che la rende uno dei documenti più innovativi e avanzati della sua epoca.

La prima repubblica, costituita da un sistema politico frutto anch’esso della resistenza, si basava fieramente su principi di chiaro antifascismo. Tuttavia era comunque presente il Movimento Sociale Italiano (M.S.I.), fondato nell’immediato dopoguerra da ex gerarchi e composto da tutti coloro che vedevano con favore il fascismo. L’M.S.I. rimase sempre un movimento minoritario e mai coinvolto nel governo del paese, l’unico momento di avvicinamento si ebbe nel 1960 quando appoggiò esternamente un governo democristiano. Evento che però scatenò violenti scontri di piazza in tutto il paese e fece crollare il governo, mostrando che i valori democratici e antifascisti erano vivissimi nella popolazione. Probabilmente il maggiore distacco dalla tradizione partigiana e antifascista si ebbe con la fine della prima repubblica, che si trascinò dietro i grandi partiti di massa legati ai valori fondativi della nostra democrazia.

La seconda repubblica nata con la vittoria, nel 1994, di Forza Italia di Silvio Berlusconi segnò un radicale cambiamento non solo nei contenuti politici ma anche del rapporto con la memoria. Infatti fino a quel momento il partito di maggioranza, la D.C. di tradizione cattolica, aveva sempre rifiutato rapporti diretti con il mondo neofascista e con i suoi valori. Berlusconi e il suo partito, privi di un proprio riferimento storico politico, si aprirono velocemente ai valori e riferimenti di area fascista. Il primo governo Berlusconi per la prima volta nella storia repubblicana portava quindi al governo un partito come Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini, erede diretto del M.S.I., anche se ripulito esteriormente. Berlusconi e i soggetti che lo attorniavano diedero il via anche a una revisione storica dell’esperienza resistenziale che prima era stata rifiutata ovunque tranne negli ambienti neofascisti. Ovvero l’equiparazione delle azioni partigiane a quelle dei repubblichini fascisti o l’indebolimento del reale contributo partigiano alla sconfitta fascista. Oltre al progressivo sdoganamento in area istituzionale della banalizzazione dell’esperienza fascista e alla su identificazione goliardica e caricaturale il classico “Quando c’era lui i treni arrivavano in orario” o “Ha fatto anche cose buone”. 

I vent’anni di dominio berlusconiano fecero sì che tutte queste oscenità prendessero sempre più piede nell’opinione pubblica, grazie soprattutto alla forza mediatica di Berlusconi. Il terreno era ormai fertile per tutte quelle organizzazioni neofascisti dichiarate o addirittura per i partiti di destra prima più moderati per adottare politiche e programmi sempre più estremi. L’esempio più indicativo è sicuramente quello della ormai ex Lega Nord per l’Indipendenza della Padania (si sembra incredibile ma era questo il nome originale) che da essere un partito secessionista e addirittura dichiaratamente antifascista sotto Umberto Bossi, si trasforma con la prese di potere di Matteo Salvini nel 2013, in un partito nazionalista, ovviamente per ambizioni di rilevanza politica. Adotterà rapidamente il bagaglio culturale legato alla destra di tradizione fascista. Negli ultimi anni Salvini ha spinto ulteriormente sull’acceleratore, aggredendo di continuo l’antifascismo come posizione di parte e divisiva e mancando di definirsi tale, anzi intrattenendo rapporti diretti con chi si definisce apertamente “fascisti del terzo millennio”. Strizzando l’occhio non molto velatamente a quel mondo infondo sempre stato fascista. L’ambiguità sul fascismo e l’attacco ai riferimenti democratici e antifascisti e palese e voluto.

Per comprendere la pericolosità di questi atteggiamenti per la tenuta stessa di una società democratica bisogna capire bene di cosa parliamo quando diciamo fascismo e antifascismo. Ovviamente nessuno pensa che nel dibattito politico di oggi ci sia la volontà di riportare la dittatura fascista nelle forme e nei modi di 75 anni fa, sarebbe ridicolo. Quando si dice fascismo non si intende quello storico ma bensì un atteggiamento, modo di fare politica e più in generale di un complesso di valori determinati. Il fascismo non è un’ideologia con un programma definito o opere filosofiche a cui fa riferimento, come il comunismo o l’anarchia: è più un modo di pensare di agire che di essere. Modifica ovviamente il suo modo di esprimersi, di agire, di mostrarsi, di parlare a seconda delle condizioni storiche del momento.

Alcuni atteggiamenti tipici che possiamo riscontrare sempre sono:

– l’individuazione di un nemico esterno debole, facile da isolare a cui addossare tutte le responsabilità dei problemi.

-il culto della forza, dell’autorità ,della violenza, di un leader perfetto e superiore che guidi tutti.

-forti riferimenti ad appartenenze etniche religiose o nazionali che escludano il “diverso” e accomunino i “simili”, unite a un amore per una patria supposta sede di qualche sacro valore. 

-il disprezzo per le opinioni diverse, le manifestazioni di dissenso, la diversità umana e più in generale lo sviluppo libero e democratico di idee autonome e non conformiste.

Tutto ovviamente per usare il disagio sociale delle classi deboli indirizzando la rabbia contro altri deboli, al fine di causare scontro tra poveri e distrarre da chi come sempre ci guadagna: le classi più agiate. Impedisce  inoltre un qualsiasi sviluppo autonomo di cultura e società alternative tra i più svantaggiati.

Arriviamo ora a parlare di antifascismo di cosa sia e soprattutto del perché sia fondamentale esserlo sempre. Alla domanda “cos’è l’antifascismo?” voglio dare una risposta personale perché sento sia importante viverlo come una visione della realtà di ognuno. Ritengo soprattutto oggi fondamentale fregiarsi dell’aggettivo antifascista, che sembra essere più sotto attacco che mai. Ci sono vari livelli per vivere l’antifascismo, per primo a livello socio-politico che è quello essenziale da vivere in una comunità . La nostra democrazia si fonda proprio su questo principio, che è il fondamento per la pluralità democratica. Garantisce l’accesso al sistema sanitario, una giustizia equa, il diritto alla casa, il rispetto dei diritti fondamentali dell’individuo in ogni campo e ogni altra garanzia. L’accesso a un’istruzione, alla libera espressione delle opinioni, alla libera informazione e più in generale al massimo sviluppo umano possibile. Ma soprattutto permette la partecipazione di tutti alla vita pubblica del paese perché, per citare Gaber: “liberta è partecipazione”.

A livello personale per me l’antifascismo è un modo di vedere la vita ed i rapporti con le altre persone. Una tendenza innata e poi formatasi con l’esperienza vissuta. Il mio sentire personale è fatto di un naturale rispetto e comprensione verso l’altro, di ascolto e confronto, di aiuto e condivisione. Che si parli di esperienze, di idee, di momenti trascorsi insieme trovo sempre l’interazione con un mio simile come un’esperienza unica e appagante. Parte poi dalla consapevolezza di comune esperienza di vita e di condizione umana e personale, libera da limiti etnici, sessuali, linguistici, culturali o di qualsiasi diversa natura. Il punto è che siamo tutti umani e uguali rispetto alla nostra volontà di raggiungere felicità e sviluppo personale. Per questo vedo ferma in me la volontà di proteggere me stesso e l’insieme comunitario degli altri individui dalle violazioni di libertà, sviluppo, possibilità e condivisione da ovunque esse arrivino. Il fascismo è proprio questo: una volontà di limitare gli individui nel loro percorso umano, al fine di dominarli e trarne vantaggi per pochi.

Voglio concludere con un appello alla mia generazione, che mi sembra la meno attenta nel difendere la memoria e di conseguenza se stessa dai soprusi e dalle privazioni. Voglio ricordare a tutti che quello per cui hanno combattuto e sono morti i nostri nonni o bisnonni non è scontato che lo manterremo per sempre. Dobbiamo guadagnarcelo  ogni giorno lottando insieme per chi ci ha preceduto per noi e per chi verrà. Sta a noi giovani oggi custodire la memoria della resistenza e un giorno tramandarla, ma per farlo dobbiamo viverla come il dono che è ricordarcelo ogni 25 aprile, pensando a quello che abbiamo oggi e a quello che conquisteremo domani. 

ORA E SEMPRE RESISTENZA.

Gioele Sabatini

La Cina: da impero distrutto a superpotenza mondiale

In questa rubrica ripercorreremo, seguendo le principali tappe, la storia della Cina. In particolare ci concentreremo sul periodo che va dal palesarsi dell’influenza occidentale, passando per la rivoluzione comunista, fino ad arrivare all’apertura di mercato della Cina moderna.

L’obiettivo della rubrica è di farsi un’idea di come sia stato possibile che un paese che fino a 120 anni fa era molto arretrato sia diventato oggi il più promettente, sotto il profilo dello sviluppo economico, stato del mondo.

La caduta di un impero millenario: dalle guerre dell’oppio alla Repubblica di Cina

Iniziamo il nostro viaggio nella storia della Cina partendo dall’arrivo delle potenze occidentali e dalle trasformazioni che esse portarono nel paese. Analizziamo di conseguenza gli scontri interni alla società cinese e quelli esterni contro gli occidentali.

Innanzitutto bisogna inquadrare la Cina come espressione geografica, etnica, culturale e religiosa. Così da avere un quadro generale del paese che è necessario per comprenderne la storia. 

Quando si parla della Cina odierna bisogna per prima cosa dire che la sua estensione è pari all’intera Europa, ciò la rende anche il terzo stato più esteso del mondo. A livello fisico il territorio cinese è molto eterogeneo, infatti il nord ovest è caratterizzato da zone montuose e dal deserto del Gobi. Nel sud ovest invece è presente l’altopiano più elevato del mondo, appena sotto la catena dell’Himalaya. Poi vengono le zone costiere, più popolose. Nel nord est sono presenti le pianure della Manchuria, appena sotto sono concentrate le città costiere come la capitale Pechino. Il sud est invece è caratterizzato da una vastissima rete fluviale e pianure fertili. Sulla costa sono presenti le maggiori città del paese: Nanchino, Shanghai, Hong Kong e Canton. 

Riguardo alla popolazione, si parla di circa 1 miliardo e 400 milioni di persone (primo paese nel mondo).

La popolazione è divisa in diverse etnie: gli Han che sono circa il 91% del totale, il che li rende la colonna vertebrale del paese in senso culturale. Le altre etnie sono minoranze numericamente poco rilevanti come gli Zhwang (a sud), gli Uiguri (a ovest) e i Manciù (a nord). 

Sotto il profilo religioso la Cina è una realtà alquanto singolare. Infatti il concetto di religione che possiamo avere noi in Occidente non esiste. Sono presenti solo una serie di usanze e tradizioni spontanee, che nel corso dei secoli, miscelandosi con le religioni importate diedero vita alla “religione tradizionale cinese”, poi divisa in varie dottrine filosofiche più simili a modelli di vita che a religioni vere e proprie. Fatto che renderà il paese obiettivo dei vari missionari cristiani. 

La fondazione dell’impero cinese viene fatta risalire al 221 A.C. nonostante la patina di leggenda che aleggia sulle fonti di questo periodo. Tale fondazione è fatta risalire a l’imperatore Ying Zheng, primo della dinastia Qin. In seguito le varie dinastie si susseguirono per secoli con guerre e conquiste di vario genere. 

L’impero fu un’entità politica particolare, era infatti molto espanso (addirittura più della Cina odierna) e possedeva un complesso sistema burocratico-istituzionale. Era diviso in varie province rette da governatori e funzionari, che accendevano a tali cariche attraverso un sistema di concorsi statali. L’imperatore monarca assoluto era una figura sacra titolare del cosiddetto “mandato celeste”. La struttura insieme alla sua straordinaria ricchezza (sia agricola che produttiva) fece sì che l’impero fosse egemone nel continente asiatico. I rapporti commerciali tra la Cina e l’occidente hanno una storia molto antica, infatti la famosa Via della Seta ( rotta commerciale che collegava l’oriente, passando dall’Asia centrale, Persia e Turchia all’Europa) fu utilizzata per i più redditizi scambi per molti secoli. La scoperta dell’America è la cirumnavigazione dell’Africa (con quindi l’accesso all’oceano Indiano) erano tentativi europei di aprire nuove rotte per l’oriente, al fine di evitare il passaggio nell’Impero Ottomano che applicava alti dazi sulle merci. Gli europei avevano sempre avuto pochi beni di valore che potevano scambiare con la Cina mentre al contrario i prodotti cinesi come la seta, le spezie e soprattutto la porcellana erano richiestissimi in Occidente. Questo faceva sì che la bilancia commerciale fosse molto svantaggiosa per l’Europa, che era costretta ad impiegare alte quantità di metalli preziosi per acquistare questi beni, registrando così un’emorragia di ricchezza verso est. Nonostante l’espansione tecnologico-militare conseguita dell’Europa tra 1600/1700 la situazione commerciale non si modificò: anche se gli europei erano militarmente avvantaggiati, i cinesi erano superiori a livello commerciale. 

La prima potenza occidentale ha portare la sua presenza nell’area cinese fu l’Impero Britannico, che dopo essersi espanso in India occupò il Bengala (zona dell’attuale Birmania). In questa zona i britannici incominciarono la produzione di oppio (droga pesante che da una forte assuefazione), ricavato dai papaveri e trasformato in forma liquida. Intorno al 1800 le compagnie inglesi cominciarono a vedere nell’enorme mercato cinese uno sbocco molto invitante per il proprio prodotto. Intanto nell’Impero si verificò l’ultimo grande cambio dinastico. La caduta della potente dinastia Ming provocata dall’invasione Manciù, popolazione fino a quel momento vassalla imperiale, avvenuta nel 1644. Seguì la formazione dell’ultima dinastia imperiale ovvero i Quing. Intorno all’inizio del 1800, iniziò una fase di crisi interne all’impero. La più pregnante fu sicuramente la sovrappopolazione e le conseguenti carestie, che causarono scontento e rivolte tra i contadini. Condizione che era unita alla crescente ostilità della popolazione Han verso i vertici Manciù, ormai corrotti e inetti. Le condizioni del paese non erano quindi delle migliori, tuttavia saranno le pressioni esterne a causare i peggiori problemi.

Le autorità cinesi, preoccupate dagli effetti che il dilagare dell’oppio stava avendo sulla popolazione, si apprestarono a vietare il commercio della sostanza,arrivando poi addirittura a chiudere ai traffici degli occidentali tutti i porti cinesi tranne Canton (maggiore porto commerciale del sud). Cercarono allo stesso tempo di frenare l’inversione della bilancia commerciale che si cominciava a spostare a favore degli occidentali. Con l’inizio del nuovo secolo i Britannici si fecero più audaci e incrementarono il traffico di oppio in contrasto con le leggi cinesi.

Il primo vero scontro si ebbe nel 1839, quando l’imperatore Daoguang cercò di contrastare la vendita della droga. Il funzionario inviato a Canton per seguire la situazione come prima cosa fece sequestrare e distruggere un’enorme partita di oppio di proprietà delle compagnie inglesi. Il governo Britannico ignorò la volontà di trattare dei cinesi e inviò una flotta dando il via alla prima guerra dell’oppio. Le moderne navi britanniche arrivano sul posto nel 1840 iniziando a bombardare i porti cinesi. Le autorità imperiali si resero subito conto dell’impossibilità di fronteggiare militarmente gli inglesi. Iniziarono subito le trattative dando il via alla cosiddetta “diplomazia delle cannoniere” che sarà ampiamente utilizzata in Asia per obbligare i governi locali a trattati favorevoli. Il primo trattato sarà firmato nel 1842 a Nanchino inaugurando i celebri “trattati ineguali” volti a favorire solamente gli occidentali. L’accordo prevedeva: il libero commercio di merci britanniche nel sud del paese; l’apertura dei Treaty Ports cone Canton e Shanghai (porti aperti dove si formarono quartieri occidentali), dove gli abitanti europei godevano di extraterritorialità, ovvero erano soggetti alle leggi dei paesi di provenienza e non a quelle cinesi; inoltre gli inglesi ottennero il possesso dell’isola di Hong Kong ( che diventerà rapidamente una delle più importanti città cinesi). In seguito a questo trattato tutti gli europei capirono che la Cina era una facile preda e negli anni seguenti strapparono a loro volta accordi simili. 

In seguito all’umiliazione il malcontento presso la popolazione si concretizzò, negli anni ’40, attorno a Hong Xiuquan, che fondò “la setta degli adoratori di Dio”. Il movimento, denominato anche dei “Taiping”, era impostato sulla ridistribuzione delle terre ai contadini e sull’eliminazione dell’impero e dei latifondisti. Il leader Hong, che si dichiarava fratello minore di Gesù, propugnava la rottura della tradizione e una società egualitaria. Nel 1851 ebbe inizio la rivolta dei Taiping, che con l’appoggio dei contadini sconfissero gli imperiali e presero Nanchino. Solo nel 1855 l’esercito imperiale riuscì a contrattaccare e poi a soffocare definitivamente la rivolta con aiuti europei nel 1864. La rivolta evidenziò la totale spaccatura sociale tra le classi povere e il potere imperiale, situazione che creerà le condizioni per il collasso sociale. 

Proprio sotto queste spinte popolari l’imperatore Xiaifeng riprovò a combattere i traffici di oppio, facendo sequestrare addirittura la nave inglese Arrow nel porto di Canton e dando inizio alla seconda guerra dell’oppio. La risposta europea di nuovo non si fece attendere: nel 1856 fu inviata un’altra flotta che bombardò duramente il porto di Canton. Questa volta i trattati, di Tientsin e Pechino, e firmati nel 1860, furono ancora più duri. Vi parteciparono non solo i britannici ma anche altri paesi europei, e furono concessi, oltre alla legalizzazione dell’oppio, anche l’apertura del intero paese sia al commercio che hai missionari cristiani. Ma il punto più umiliante fu l’apertura nella sacra capitale Pechino di un quartiere occidentale. 

Queste concessioni, unite alla morte nel 1861 dell’imperatore Xiaifeng a cui successe l’imperatrice madre Cixi (che manterrà il potere per 47 anni) in reggenza per il figlio Tongzhi, furono un durissimo colpo per l’impero. Cixi in particolare portò un avanti una politica conservatrice e repressiva. Cosa che continuo quando Tongzhi morì a soli 18 anni riportando Cixi alla reggenza per il nipote Guangxu. Il dramma per l’impero però era destinato a continuare infatti esso era destinato a diventare vittima dell’espansione dell’impero giapponese. Il Giappone era infatti riuscito a modernizzarsi e scampare al dominio europeo, un unicum in Asia. Tuttavia aveva avviato una politica imperialista seguendo l’esempio europeo. Lo scontro tra i due imperi avvenne in Corea (storicamente legata alla Cina e situata in mezzo ai due contendenti), dove nel 1894 in seguito a rivolte filo giapponesi la Cina inviò il proprio esercito. I giapponesi attaccarono subito, non vi fu partita tra i moderni armamenti giapponesi e i vecchi eserciti cinesi che vennero spazzati via, fino a portare i nipponici ad attaccare la Manchuria. I cinesi, già nel 1895, furono costretti a cedere oltre alla Corea l’isola di Taiwan e parte della Manchuria. 

Al raggiungimento della maggiore età, nel 1898, l’imperatore Guangxu si trovò una situazione ai limiti dell’irreversibile. Cerco immediatamente di porvi rimedio attraverso una politica riformatrice e di ammodernamento tecnologico-militare. Ma le forze conservatrici guidate dall’imperatrice Cixi attuarono un colpo di stato imprigionando Guangxu e ripristinando l’immobilismo precedente, segnando così la definitiva fine dei tentativi di salvataggio dell’impero. 

L’apice dell’intervento occidentale in Cina si ebbe con la famosa rivolta dei Boxer ( rappresentata anche nel film “55 giorni a Pechino”). I sentimenti che infuocarono la rivolta furono anti-manciù, anti-occidentali e anti-cristiani. I tumulti ebbero origine nel 1899 nella zona meridionale, in particolare nelle palestre di Kung Fu ove le tradizioni cinesi erano molto sentite. Con il dilagare dei gruppi rivoltosi in tutto il paese Cixi cominciò a sostenere i rivoltosi indirizzando contro gli europei. Nel 1900 i rivoltosi raggiunsero la capitale Pechino, assediarono i quartieri occidentali e massacrando i cinesi convertiti. I governi occidentali organizzarono subito un’alleanza internazionale chiamata “Alleanza delle 8 nazioni“, (di cui facevano parte Gran Bretagna, Francia, Russia, Giappone, Germania, Austria-Ungheria, Italia e Stati Uniti). L’imperatrice Cixi dichiarò guerra all’Alleanza, ma come era prevedibile all’arrivo degli eserciti occidentali sia i Boxer che gli imperiali vennero rapidamente sbaragliati. Le truppe occidentali si diedero a saccheggi e massacri sui civili, mentre Cixi e la sua corte fuggiva dal palazzo imperiale dato alle fiamme. Gli occidentali obbligarono poi l’impero a concedere ai propri eserciti di stazionare nei quartieri occidentali. Da qui la dinastia Quing perse tutto il suo potere, soprattutto con la morte di Cixi e Guangxu nel 1908.

Con l’ascesa al trono di Pu Yi, bambino di appena 2 anni, il vero potere era ormai nelle mani dei militari. In particolare del generale Yuan Shikai, comandante dell’esercito Beiyang, frazione moderna e potente delle forze cinesi. Le novità e riforme militari avevano però portato alla diffusione di idee nazionaliste tra le nuove generazioni di ufficiali. Fu proprio da un gruppo rivoluzionario di militari che partì la rivolta di Wughang, nel 1911. La rivolta si estese rapidamente in tutto l’esercito che con il sostegno popolare diede inizio alla rivoluzione Xinhai. Dopo l’occupazione di Nanchino venne richiamato dall’esilio negli U.S.A. l’intellettuale nazionalista Sun Yat-Sen. L’ideologia nazionalista di Sun si basava su tre punti fondamentali ovvero indipendenza nazionale (dagli europei), potere al popolo (repubblica democratica e benessere al popolo (riforma agraria). Sun fu nominato da rivoltosi presidente della Repubblica di Cina. Tuttavia al nord il generale Yuan Shikai controllava la capitale. Sun consapevole della superiorità militare di Yuan gli propose il ruolo di presidente e di attuare un governo di coalizione. Yuan accetto la proposta del rivale e nel 1912 depose il piccolo Pu Yi mettendo fine a due millenni di storia imperiale, proclamando ufficialmente la nascita della Repubblica di Cina.

Abbiamo ripercorso la lunga agonia di un impero un tempo grandioso ma ormai morente. Arrivando ad assistere alla nascita della repubblica che sarà la protagonista, come vedremo nei futuri articoli, della storia cinese. A occhi moderni come i nostri può sembrare strano (o forse non poi molto) vedere come potenze ritenute avanzate usassero la forza per imporre la vendita di droghe a popolazioni viste come arretrate. Questo ci rende più comprensibile la complessità storica e gli insegnamenti che essa dovrebbe trasmetterci per poter comprendere meglio la realtà in cui viviamo.

Gioele Sabatini

L’articolo 2 secondo il coronavirus

“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.”

È l’articolo 2 della nostra Costituzione e proprio oggi, forse, è il momento più adatto per ricordarcene.

Dobbiamo ricordarcene per parlare di due dei principi fondamentali che lì sono espressi: l’inviolabilità e la solidarietà.

Possiamo immaginare la nostra Costituzione come un’ellisse con due fuochi, uno è l’inviolabilità, l’altro la solidarietà. I fuochi di un’ellisse devono essere ‘forti’ allo stesso modo perché se uno dei due fuochi prevalesse sull’altro, l’ellisse che stiamo immaginando non sarebbe più un’ellisse. La Costituzione quindi, non sarebbe più la Costituzione.

Questo fantastico Coronavirus ci ha dato un po’ di tempo per pensare. In questi giorni è normale farsi delle domande sulla società. Com’era la società prima, come sarà dopo, come ognuno di noi vorrebbe che fosse quella società del ‘dopo’.

Strano a dirsi, ma la Costituente probabilmente nel 1947 si stava facendo domande molto simili alle nostre.

La loro conclusione ce l’abbiamo sotto gli occhi ed è proprio costituita dai due fuochi della nostra ellisse immaginaria.

Primo fuoco: inviolabilità. È una parola che, ovviamente, può avere tantissime sfumature di significato, ma per questa volta ci limiteremo a intendere l’inviolabilità come limite.

Fino alle Costituzioni democratiche del Novecento l’inviolabilità era riferita alla legge. La legge era il limite, non si poteva andare oltre per il semplice fatto che essa fosse la Legge.

La legge era il paletto da non superare per vivere tutti felici e contenti. La Legge, quindi, qualsiasi legge ordinaria, faceva nascere un diritto o un dovere.

Con la nascita del cosiddetto Stato Costituzionale, il limite è diventato la Costituzione. Ovviamente, non è la stessa cosa di prima. La Costituzione non è solo una legge come le altre. È sopra le altre e, soprattutto, la Costituzione “garantisce i diritti inviolabili dell’uomo”. Oltre ad essere un paletto, la Costituzione è quindi una garanzia. 

Non basta più una legge ordinaria per far nascere un diritto, a meno che la Costituzione non lo permetta.

A questo punto l’inviolabilità quindi non è più solo riferita alla legge in sé, ma ai diritti.

Qui arriva il primo problema.

Se adesso c’è una legge, la Costituzione, a cui guardare per sapere se ci è garantito un diritto o no, significa che quei diritti non esisterebbero senza quella legge.

E poi, cos’è un diritto?

Dare una definizione di diritto non è un compito facile, soprattutto quando si è in un’Assemblea in cui a discutere ci sono persone con idee politiche completamente diverse, le quali tutte, nessuna esclusa, devono sentirsi rappresentate da quella definizione.

La discussione viene risolta dall’Assemblea Costituente con una parola: riconoscere.

“L’Italia riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo” 

Riconoscere significa ammettere che quei diritti vengono prima della nascita della Costituzione. Non sono nati con la Costituzione. 

Esistevano già, sono sempre esistiti, anche durante il fascismo, sempre. La Costituzione, la Repubblica, si limita a riconoscerli.

Quali siano questi diritti viene detto dopo: sono i diritti inviolabili dell’uomo. Non sono i diritti del cittadino italiano e neanche i diritti del rappresentante del Partito Comunista o della DC. Sono quei diritti che ogni uomo sulla Terra, di qualunque nazionalità, di qualunque ideologia, ha sempre considerato propri. Di solito sono racchiusi in istruzione, salute, lavoro. 

La parola riconoscere è stata il primo passo che i Costituenti hanno fatto verso il secondo fuoco dell’ellisse: la solidarietà.

Durante questa quarantena forse ci siamo trovati a parlare di questo concetto.

L’uomo per propria natura deve interagire con altri uomini, deve vivere in quella che tutti chiamiamo una “società”.

Per vivere insieme, lo sappiamo, abbiamo bisogno di regole, abbiamo bisogno di stabilire i diritti e i doveri di ognuno e dobbiamo rispettarli. A questo, come abbiamo visto, ci pensa la Legge, riflettendosi nella Costituzione.

Con la solidarietà i limiti imposti dalla Costituzione, i diritti di ciascuno, non sono più in negativo.

Solidarietà significa volgere in positivo quei paletti, in modo da trovare nei limiti di tutti un punto in comune, il punto di partenza per un compromesso.

Solidarietà significa mettere insieme le azioni dei singoli per costruire una società politica. Perché c’è una differenza tra una società qualunque e una società politica. 

Nella prima c’è solo l’inviolabilità: i diritti sono il limite. Nella seconda esistono anche dei legami di solidarietà.

Oggi ci rendiamo conto che la nostra società forse non è esattamente una società politica. I legami ci sono, certo, altrimenti il Coronavirus se lo sarebbe preso solo Jian Li di Wuhan o Chiara Rossi di Codogno, ma questi legami non sono politici.

Non è solo colpa nostra, sicuramente.

Nel secolo scorso la politica è cambiata. Quando i partiti politici, con le loro discussioni, si scontravano con la Costituzione, non la consideravano la base comune per trovare un compromesso, ma tornavano indietro a difendere le proprie idee. Li abbiamo chiamati partiti pigliatutto.

Oggi stiamo vedendo i risultati di questa situazione, sia a livello nazionale che internazionale.

Oggi, durante questa pandemia, forse ci stiamo rendendo conto del fatto che abbiamo tirato troppo da una parte e dobbiamo ricostruire uno dei fuochi della nostra ellisse. Ci eravamo dimenticati della solidarietà.

Quella solidarietà che non è l’arcobaleno fuori dalla finestra e l’Inno d’Italia cantato dai balconi, non solo almeno.

Solidarietà che è invece essere in grado di andare oltre l’inviolabilità, non tornare indietro davanti al limite della “regola da rispettare”, ma usare quel limite per trovare una soluzione, un compromesso più forte.

Ce ne stiamo accorgendo piano piano.

Il prezzo da pagare è una probabilissima crisi economica e un Presidente del Consiglio “costretto a fare nomi e cognomi” di chi continua a rifiutare un compromesso.

Ma per questo è anche bello pensare che con tutto questo stiamo ricostruendo quel fuoco dell’ellisse non ci eravamo accorti di aver dimenticato.

Quell’ellisse è la base per costruire la nostra società politica e, dato che la politica è presente in ogni singola parte di quello che facciamo nella nostra giornata, quell’ellisse è la base per costruire anche un po’ la nostra vita.

Un’ellisse ha due fuochi forti uguali. Se così non fosse, vorrebbe dire che dal 1948 ad oggi non abbiamo davvero capito niente.

Dopo il fascismo ce l’avevamo fatta, dopo il Covid-19, almeno, non dovrebbe essere impossibile provarci.

Camilla Ronchi

Fonte: “Art.2”, Maurizio Fioravanti

The lobster e l’imposizione dell’amore

The lobster è un film del 2015 diretto dal regista greco Yorgos Lanthimos e questo è il suo primo lungometraggio in lingua inglese. Racconta di un futuro distopico, abbastanza prossimo, in cui essere single è illegale. Le persone senza partner vengono quindi condotte in un hotel nel quale hanno 45 giorni per trovare l’amore, pena l’essere trasformati in un animale a propria scelta (il protagonista deciderà l’aragosta, da qui il titolo del film).

Dalla fotografia fredda alla staticità delle inquadrature, The lobster descrive una società in cui l’amore e la coppia sono messi al centro di tutto, ma nella quale, di fatto, non c’è nessuna parvenza di sentimenti puri e reali; l’albergo è tanto bello esteticamente quanto orribile per le scene che avvengono all’interno di esso.
I residenti nell’hotel hanno dei bonus consistenti in un giorno in più di permanenza se riescono a sparare con dardi soporiferi alla parte della popolazione che si è ribellata e vive in un bosco, creando una micro comunità, apparentemente opposta ma in qualche modo uguale a quella dittatoriale vigente. I trasgressori hanno la rigida regola di non dover in nessun modo affezionarsi a qualcuno in modo romantico, sono destinati a rimanere single per sempre, pena l’esclusione dal gruppo o delle atroci punizioni.

La trasformazione di uomini in animali è una metafora di disumanizzazione di una società che vede l’individuo solo come portatore di geni e volto alla riproduzione. Qui l’amore non vince, è solo uno stratagemma per far vincere le trappole della società che detta assurde regole, reprimendo in modo assoluto la libertà di scelta.

Con loro sgomento, tutti gli avvicinamenti devono vertere ad avere un fine romantico, le alleanze fasulle non sono ammesse e neanche la masturbazione o il dolore.
Gli uomini trovano per loro stessi dei tratti caratteriali peculiari che ricercano anche nel loro partner, sul ragionamento del “chi si assomiglia si piglia”, questo però porta a un bizzarra collisione data dalla non-comunicazione perché tutti non esternano a pieno la loro personalità e i loro veri desideri.
Lanthimos sottolinea il fatto che la società dia più valore alla coppia che al singolo. Tutte le riviste, le pubblicità, i film, i programmi televisivi, sono un continuo suggerimento per relazioni stabili o esempi aspirazionali dell’amore che trionfa. Tutte queste cose non sono un’oppressione, un ordine, ma sono comunque onnipresenti e il regista li perseguita, estremizzando il concetto.

La rappresentazione, sin dall’inizio, pone lo spettatore in una situazione straniante, presentando dinamiche assurde e a tratti crude, si tratta la sessualità e l’amore in maniera scientifica, razionale, togliendone tutta la spontaneità.
Dopo aver capito che quel luogo non fa per lui, sopratutto quando una donna uccide il fratello che si era portato dietro essendo stato trasformato in cane, il protagonista si rifugia tra i solitari, e qui troverà il vero amore, tra coloro che si erano ripromessi di non avere mai un partner nella loro vita, infrangendo quindi le regole; la fine sarà tragica, sottolineando che l’amore è cieco (letteralmente) e suggellando un legame che va al di là di tutto.

Crudeltà e humor sono condensati e in grado di ottenere da parte dello spettatore una sottile risata seguita da un sussulto di shock, portando sullo schermo violenza e bizzarria allo stesso tempo. È spesso sorprendentemente divertente nel modo in cui propone dei concetti surreali e un attimo dopo sconvolgentemente cupo. Non è perché suicidio, mutilazione e omicidio sono trattati come gioco o in modo frivolo, ma più il fatto che il confine tra serio e ridicolo è stato completamente cancellato.
The lobster potrebbe essere una protesta contro la standardizzazione dei sentimenti, un diffuso tentare di controllare il cuore ma allo stesso tempo anche i principi razionali.
Può essere visto inoltre come una critica sullo stato dell’affetto nell’era dei siti d’incontri, una critica a come le relazioni di oggi sono oramai ridotte ad un superficiale “match” di interessi e ideale di bellezza.

Laura Molteni

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